Alberto Giannoni Ora è tutto uno smarcarsi, un far finta di niente, ma fra febbraio e marzo - quando si trattava di istituire le zone rosse - era il governo a gestire la partita Ora è tutto uno smarcarsi, un far finta di niente...

Quando Roma dava gli ordini: “Non decidono i governatori”

Ora è tutto uno smarcarsi, un far finta di niente, ma fra febbraio e marzo – quando si trattava di istituire le zone rosse – era il governo a gestire la partita

Ora è tutto uno smarcarsi, un far finta di niente, ma fra febbraio e marzo – quando si trattava di istituire le zone rosse – era il governo a gestire la partita. E i ministri che oggi danno alla Regione la colpa di non aver deliberato la zona rossa nella Bergamasca, sono gli stessi che a febbraio rivendicavano al governo questa competenza e questo potere. Francesco Boccia è titolare degli Affari regionali. E quando venerdì la pm di Bergamo Maria Cristina Rota ha parlato di una decisione «governativa», Boccia ha richiamato una legge del ’78 per affermare «anche la Regione poteva istituire la zona rossa». Ma ora spuntano le dichiarazioni che Boccia rilasciava in quei giorni. La Stampa del 25 febbraio, per esempio, riportava un «appello» del ministro affinché Regioni e Comuni «si raccordino con l’autorità nazionale» e anche una «minaccia di impugnare le ordinanze». Il quotidiano torinese dava conto anche del fatto che un altro ministro, Roberto Speranza, raccomandava agli enti locali di «non fare scelte unilaterali» e che il premier Giuseppe Conte fosse «pronto a misure che contraggono le prerogative dei governatori». D’altra parte Conte stesso ha ricostruito la vicenda ammettendo che fra il 5 e l’8 marzo la questione fu oggetto di approfondimenti. È stato il capogruppo leghista al Senato, Massimiliano Romeo, a ricordare queste dichiarazioni, oltre alla nota circolare dell’8 marzo con cui il Viminale disponeva che le «direttive aventi incidenza in materia di ordine e sicurezza pubblica» rimanessero «di esclusiva competenza statale». D’altra parte questa lettura è perfettamente coerente con la Costituzione, e in particolare con gli articoli 117 e 120. Il 117 stabilisce che le misure di «profilassi internazionale» siano compito esclusivo dello Stato, e infatti – proprio parlando di zone rosse – il giudice costituzionale emerito Sabino Cassese ha già spiegato che «l’errore è stato ritenere che questo intervento fosse un intervento normale in materia di sanità, mentre riguarda un’epidemia diventata pandemia, e le profilassi internazionali sono indicate come materie di competenza esclusiva dello Stato». L’articolo 120 poi, stabilisce che le Regioni non possono «limitare l’esercizio del lavoro in qualunque parte del territorio nazionale». Ovvio che seguendo la gerarchia delle fonti, la legge del ’78 dev’essere interpretata in modo conforme alla Costituzione. È chiaro che il potere e il compito di decidere fossero statale. D’altra parte così è stata istituita la zona rossa lodigiana, e anche in Emilia la scelta di introdurre la zona rossa di Medicina – citata ieri maldestramente dal Pd – è stata adottata «di concerto con la prefettura», e dopo la decisione «presa dal governo» di impiegare le forze dell’ordine.

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