Renato Brunetta Per affrontare l'incertezza generata dalla crisi economica e finanziaria che ha investito l'Europa occorre un nuovo contratto sociale «Per affrontare l'incertezza generata dalla crisi economica e finanziaria che...

Un piano di riforme da approvare in cento giorni. Le proposte ci sono ma il governo ancora tentenna

Per affrontare l’incertezza generata dalla crisi economica e finanziaria che ha investito l’Europa occorre un nuovo contratto sociale

«Per affrontare l’incertezza generata dalla crisi economica e finanziaria che ha investito l’Europa occorre un nuovo contratto sociale tra istituzioni e società civile, nonché un’assunzione collettiva di responsabilità per raggiungere una nuova crescita, inclusiva e sostenibile». Facciamo nostre queste parole del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, per fare qualche riflessione su come l’Europa e l’Italia stanno affrontando questo momento delicatissimo.

Cominciamo dall’Europa. Il «momento hamiltoniano» dell’Unione sembra arrivato, attraverso il piano di ricostruzione presentato da Ursula Von der Leyen. Un piano ambizioso che ha come obiettivo quello di risollevare l’economia del Vecchio Continente. Di questo piano sappiamo finalmente la dimensione: 2.400 miliardi di euro. Sappiamo anche come sarà declinato secondo i vari strumenti di intervento, con relative dotazioni. 750 miliardi verranno dal fondo Next Generation Eu, 1.100 miliardi dal bilancio europeo e le restanti risorse dagli altri tre pilastri finanziari predisposti per venire incontro alle esigenze degli Stati membri in difficoltà: Mes, Bei e Sure.

Certamente, a fronte di una strategia meticolosamente pensata quanto ad ammontare ed ambiti di intervento, le perplessità principali sono sul fronte del come reperire le risorse necessarie, soprattutto i 1.850 miliardi del piano di intervento coordinato tra bilancio europeo e Next Generation Eu Fund. Il pacchetto Von der Leyen sarà basato in larga parte sulle «risorse proprie» del bilancio comunitario. Ovvero, su nuove tasse di dimensione europea: carbon tax, plastic tax e digital tax. E qui sorgono i problemi. Perché la potestà tributaria è di competenza esclusiva degli Stati.

Per imporre nuove tasse comunitarie essi dovrebbero, all’unanimità, cedere ulteriore sovranità fiscale. Succederà? Difficile poterlo dire ma questo è il momento di farlo.

Secondariamente, sulla questione delle risorse proprie, esiste un altro problema, di natura geopolitica, che potrebbe complicare le cose. L’istituzione di una web tax sui colossi digitali darebbe il via quasi sicuramente ad una ulteriore frattura con gli Stati Uniti mentre la carbon tax la creerebbe con la Cina.

Ancora, come reperire 750 miliardi sui mercati finanziari? La cifra è senza precedenti. Inoltre, gli eurobond della Commissione avrebbero un credit risk superiore a quello di un Bund. Di conseguenza, si creerà uno spread tra eurobond e Bund, nel quale sarà il secondo a guadagnarci. Da un lato, l’area del «supermarco», dall’altra quella degli Eurobond.

Ma i dubbi sul successo del piano Von der Leyen non vengono solo a livello dell’Unione. L’Italia, infatti, saprà fare la sua parte? Saprà usare i fondi erogati? Saprà fare le riforme necessarie? Noi pensiamo che sia un compito ineludibile, ma anche difficile, dal momento che il governo Conte non ha neanche presentato il Piano Nazionale di Riforme a corredo del Def. Adesso è il momento di farlo, per un Pnr condiviso, così da avviare in Parlamento una vera fase costituente sulle riforme necessarie.

Ha ragione, infatti, il presidente di Confindustria Bonomi. E ha ragione anche il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, quando affermano che per affrontare tanta incertezza è cruciale, oggi ancora più di prima, che siano rapidamente colmati i ritardi e superati i vincoli già identificati da tempo, perché una cosa è sicura: finita la pandemia avremo livelli di debito pubblico e privato molto più alti e un aumento delle disuguaglianze, non solo di natura economica. Solo consolidando le basi da cui ripartire sarà possibile superare con successo le sfide che dovremo affrontare. E a ben vedere non c’è nulla da inventare. Le cose da fare sono ormai note da anni. Sono le modernizzazioni che l’Europa aspetta, che i mercati aspettano e, soprattutto, che gli italiani vogliono. Del resto ci sono nel Paese serbatoi di analisi e proposte straordinari. Molte di queste vengono dai partiti; altre dalle parti sociali (sindacati, imprese, associazioni di categoria e professionali); altre ancora da meritorie associazioni private, come l’Asvis, che recentemente ha proposto un programma di riforme da oltre 200 miliardi in 10 anni su tematiche quali ambiente, mobilità, trasformazione digitale, sanità e lotta alla povertà; esistono le best practices europee. Il che fare c’è già. Basterebbe solo avere la volontà politica di discuterle e approvarle in Parlamento nei prossimi 100 giorni, per la nostra credibilità, per la nostra salvezza. Se non ora, quando?

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