Paola Fucilieri Mercoledì mattina, piazza Sempione, davanti all'Arco della Pace. Una donna viene chiamata per nome e cognome dagli uomini della Digos che le restituiscono il documento d'identità insieme a una multa per assembra...

Ristoratori in trincea: vogliono farci chiudere

Mercoledì mattina, piazza Sempione, davanti all’Arco della Pace. Una donna viene chiamata per nome e cognome dagli uomini della Digos che le restituiscono il documento d’identità insieme a una multa per assembramento da 400 euro.

Milano Mercoledì mattina, piazza Sempione, davanti all’Arco della Pace. Una donna viene chiamata per nome e cognome dagli uomini della Digos che le restituiscono il documento d’identità insieme a una multa per assembramento da 400 euro. La signora legge l’importo della sanzione poi alza lo sguardo, stupita e amareggiata. E comincia a singhiozzare: «Ma io faccio la cameriera in un ristorante sui Navigli, non sono la proprietaria! – si lamenta con le mani sul viso – Pagare una cifra simile per le mie finanze è un danno ancora più grave che per i miei titolari: dove li trovo questi soldi? È quasi la metà dello stipendio!». E da lì iniziano a fioccare proteste di ogni genere. Anche perché con il passare dei minuti e la riconsegna di altrettanti documenti, alla fine si contano ben 15 multe su 28 ristoratori e titolari di pub presenti sul posto. Anche Paolo Polli, 54 anni, milanese, proprietario di tre ristoranti e di un birrificio in città, è stato multato. Così, per protesta, è rimasto lì, davanti all’Arco della Pace, dove sta facendo lo sciopero della fame seduto su una seggiola, mentre la notte si «allunga» aggiungendone altre due.

«Mercoledì all’inizio eravamo in tre e avevamo l’autorizzazione della questura che ci aveva raccomandato di non superare le cinque presenze – ci racconta – Alle 8 i poliziotti del commissariato di zona erano già lì quando siamo arrivati per posizionare 150 sedie vuote dei nostri locali a simbolo di protesta contro un governo che non ci dà alcuna garanzia mentre noi ne abbiamo bisogno per poter riaprire le nostre attività. Gli agenti ci hanno chiesto i documenti e li hanno tenuti, promettendoci che si trattava solo di una verifica. Poi hanno cominciato ad arrivare altri nostri colleghi che ci avevano visto in diretta tivù: in tutto a quel punto eravamo 28. Ho spiegato che non potevano restare tutti lì, ma garantisco che ce ne siamo sempre rimasti distanti l’uno dall’altro e abbiamo utilizzato i dispositivi sanitari. Intanto, però, era arrivata la Digos e con la riconsegna dei documenti, hanno cominciato a fioccare le multe. Ho chiesto spiegazioni. Noi non c’entriamo, mi hanno risposto perentori i poliziotti. E ho avuto un bel da ripetere che in questo modo stanno solo esasperando la gente per bene, che quelli con il 41 bis erano stati scarcerati con chissà quale esborso di denaro pubblico e noi invece dobbiamo pagare affitti, plateatico e rifiuti di mesi in cui non abbiamo lavorato. Ma non basta: le associazioni di categoria, quelle che vorrebbero aprire subito senza garanzie da parte dello Stato, non solo non ci aiutano, ma sollecitano l’intervento della polizia per farci sanzionare…».

Anche Mario Firpo, 49 anni e due ristoranti a Milano, è stato multato. «Dal 28 febbraio non dormo più. La sensazione è che vogliano farci tirare giù la saracinesca e buttare via le chiavi. Tra i ristoratori ci sono stati già 4 suicidi, senza contare quelli che non ci comunicano per non creare allarme». E aggiunge: «I miei dipendenti guadagnano al massimo 1.440 euro a seconda della mansione e dell’anzianità. Il 5 maggio hanno ricevuto 581.06 euro, cioè il 43% e non l’80% dello stipendio come promesso dal governo e dall’Inps per la cassa integrazione. A quel punto mi chiamano. E io vorrei avere almeno una spiegazione da fornire a queste persone con le quali passo più tempo che con la famiglia…».

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