Vittorio Macioce È in tempi di tempesta e carestia che serve una bussola. La trovi nei libri, quelli che ami, i tuoi santi, che quando hai paura ti segnano la via. Qualche volta ti sorprendi e trovi una traccia in tv, dove il tempo si ...

Quelle “Idee” da conservare come bussola “per il dopo”

È in tempi di tempesta e carestia che serve una bussola. La trovi nei libri, quelli che ami, i tuoi santi, che quando hai paura ti segnano la via. Qualche volta ti sorprendi e trovi una traccia in tv, dove il tempo si consuma in fretta. È quello che è capitato in questi giorni su Sky TG24. Si chiama «Idee per il dopo». È un programma di Giuseppe De Bellis.

Lo schema è semplice. Si va in onda ogni martedì sera, alle 20 e 20. C’è lui che fa domande, in piedi, al centro dello studio. La trama sono una serie di parole, come punti su una mappa, snodi da cui ripartire: futuro, società, libertà, democrazia, leadership, lavoro, mobilità. Il gruppo di ospiti, mai più di sei a puntata, sono collegati da casa, da ogni angolo del mondo. La scenografia li mostra in circolo, voci presenti, come in un piazza, un’agorà, ma con una distanza fisica, quasi immateriale. È il pensiero al centro, non il corpo. Sono filosofi, narratori, economisti, scienziati, medici, sociologi, storici. Tutti con una caratteristica fondamentale: vanno alla ricerca di quello che c’è oltre il prossimo orizzonte. Sono esploratori, cartografi, cercano di immaginare e intuire il futuro. Attenzione, però, non sono futurologi e neppure profeti. Non scommettono, ma tracciano linee. La fatica è cercare di capire quello che sta accadendo. Sono alla ricerca di una rotta. È gente come Gideon Lichfield, direttore di MIT Technology Review, o gli scrittori Alec Ross e Andrew Keen, il politologo Douglas Murray o Francesca Gino, docente della Harvard Business School o Tomas Pueyo, autore di un articolo su come ci sta cambiando il virus, letto da 40 milioni di persone. Non è però solo una questione di nomi. È lo spirito che fa la differenza. Non conta chi sono, ma quello che dicono. È così che ci si ritrova in una sorta di simposio, dove non ci sono certezze e neppure formule magiche o bandiere da mettere l’una contro l’altra. Ci sono domande e da quelle domande si aprono sentieri, dove ognuno cerca di riconoscere le orme, segnandole con una pietra, con la consapevolezza che quelle orme non sono la verità con la V maiuscola, ma appunti di viaggio, in un continuo confronto tra la teoria e i fatti.

Le idee per il dopo sono quelle che prendi e metti da parte. Le conservi, perché sai che ti possono servire quando ti ritrovi di fronte a qualcosa d’improvviso e il futuro ti fa paura. Eccola, la bussola.

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