Augusto Minzolini Nel cortile, cioè il luogo di Montecitorio meno esposto alle paure del Covid-19, il radicale Riccardo Magi, parla della nuova "specie" che con l'emergenza ha messo radici nel Palazzo, gli "inamovibili" Nel cor...

Quegli inamovibili miracolati dal virus

Nel cortile, cioè il luogo di Montecitorio meno esposto alle paure del Covid-19, il radicale Riccardo Magi, parla della nuova “specie” che con l’emergenza ha messo radici nel Palazzo, gli “inamovibili”

Nel cortile, cioè il luogo di Montecitorio meno esposto alle paure del Covid-19, il radicale Riccardo Magi, parla della nuova «specie» che con l’emergenza ha messo radici nel Palazzo, gli «inamovibili»: cioè personaggi del governo o della nomenklatura che possono sbagliarle tutte, proprio tutte, ma che grazie alla retorica della responsabilità per l’epidemia restano al loro posto. «C’è da chiedersi osserva l’esponente radicale cosa deve fare Bonafede per essere dimesso? Le ha combinate di tutti i colori, nel suo carnet manca solo una calamità naturale, eppure è ancora lì. Per non parlare del numero 1 della Protezione civile Borrelli: una settimana fa in Commissione ci ha giurato che i tamponi erano pronti; ora, invece, si scopre che di pronto ci sono solo i cotton fioc e mancano i reagenti». Poco più in là, seduto su una panchina nell’ora d’aria che segue ogni seduta, Michele Ansaldi, renziano, sembra tutto meno che un esponente di maggioranza. «Vogliamo parlare dei servizi segreti?!», si inalbera: «Hanno ricevuto la Romano, all’aereoporto in pompa magna, con il premier e il ministro degli Esteri, giusto il tempo per sapere che Al-Shabaab userà i 4 milioni del riscatto per la Jihad. Intanto agli italiani non è arrivata una lira. Qui si rischia la rivolta. Dato che la politica è ferma, e tutti sono inamovibili, se fossi un commerciante, un imprenditore, uno a partita Iva, andrei sotto al Quirinale a chiedere a Mattarella di mettere un ragioniere a Palazzo Chigi, sicuramente combinerebbe di più». Attorniato da un gruppo di leghisti il capogruppo Riccardo Molinari, sigaro in bocca, disserta pensieroso: «L’epidemia ha creato la casta degli inamovibili. Incapaci che con la scusa dell’emergenza non possono essere cambiati. Eppure se c’era un momento in cui si sarebbe dovuto fare un governo di unità nazionale era questo… invece, si va avanti con Conte e senza elezioni. In autunno non si voterà neppure per le Regioni per paura della seconda ondata dell’epidemia. Tutto è fermo e nulla funziona: la situazione ideale per una rivolta. E, infatti, nella maggioranza si cagano addosso»..

Torni in Parlamento dopo due mesi di quarantena e nulla è cambiato: la maggior parte degli astanti sembra ripetere la celebre frase di Gino Bartali, «l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare»; poi, però, ti accorgi che regna l’impotenza. C’è un lungo cahiers de doléances, ma c’è la rassegnazione, per ora, ad accettare lo «status quo». Siamo al paradosso che più sbagli e più resti al tuo posto. Per cambiare il capo del Dap ci sono volute le rivolte nei carceri con 13 morti e il ritorno in semilibertà di centinaia di mafiosi. E, in fondo, la rimozione è servita solo per tenere in piedi il Guardasigilli che colleziona figuracce da mesi. Del resto, lo stesso Bonafede potrebbe citare il Vangelo: «Chi non ha sbagliato, scagli la prima pietra». E chi potrebbe dargli torto? Basta guardare ai fatti: la fase 1 dell’emergenza era cominciata senza mascherine e guanti; è stato nominato un commissario «ad hoc», Arcuri, per risolvere il problema; ebbene sono passati due mesi e, secondo Federfarma, la Fase 2 parte con carenza di mascherine e di guanti. Sembra una barzelletta. Non parliamo dell’Inps e del suo vertice, che sembra muoversi a rallentatore senza che succeda niente. Anche qui non è che gli puoi rimproverare granché visto che neppure il ministro dell’Economia, Gualtieri, è uno Speedy Gonzales. Per la lunga gestazione il decreto nascituro, quello che dovrebbe risollevare le sorti della nostra economia, ha cambiato quattro volte nome e, solo negli ultimi due giorni, cinque volte versione (ieri sera non era ancora nato): da decreto Aprile siamo passati a Maggio, poi a decreto Primavera fino a decreto Rilancio. Tanti nomi, ma intanto del decreto precedente, il famoso liquidità, a molte categorie, la maggior parte, non è arrivato il becco di un quattrino. Eppure Gualtieri è ancora al suo posto. Anche lui perché dovrebbe andarsene se il premier ha fatto anche di peggio: in diretta Paese aveva giurato che l’Italia non avrebbe accettato il Mes dalla Ue perché da giugno ci sarebbero stati i soldi del Recovery found: invece, se vorrà avere qualche euro Conte dovrà ricorrere al Mes (lo sta dicendo a mezza bocca), visto che del Ricovery found, se va bene, se ne riparlerà a fine anno.

Quindi, ce ne sarebbero di teste da far volare. E, invece, niente: come si dice, mal comune mezzo gaudio, e tutti restano al loro posto. È il bello dell’emergenza! Per cui, visto che tutte le teste restano sul collo, devi inventarti dei surrogati di cambiamento. «Il governo sta lì spiega Enrico Costa ma io per scavalcare il ministro, ho proposto un Patto per la giustizia per ridurre la dose di giustizialismo del governo. E intanto al Senato ripresenterò emendamenti per cancellare la legge di Bonafede sulla prescrizione. Non penso che Renzi possa dire di no». E ancora: alla commissione bicamerale per il controllo della cassa Depositi e Prestiti la maggioranza è andata sotto e, grazie ai voti degli ex grillini, è stato eletto l’azzurro Sestino Giacomoni. Appunto, se tutto non gira per il verso giusto, qualcosa la devi pur cambiare. Il primo a saperlo è Matteo Renzi, che vive questo governo come un cappio al collo. Motivo per cui sogna che almeno qualche testa rotoli: «Dimissionato il capo del Dap ora il prossimo sarà il capo dell’Inps».

Solo che, nella condizione drammatica del Paese, gli aggiustamenti non bastano: e più la crisi si farà grave e più l’inerzia del Palazzo diventerà insopportabile. È una convinzione che accomuna i più consapevoli. Se parli con il leghista Giorgetti o con il piddino Minniti scopri che entrambi ce l’hanno con l’universo mondo. Mentre imprenditori del calibro di Salini, nei pour parler, mettono in guardia dal rischio di «una svolta autoritaria». Un timore che serpeggia anche a sinistra, tant’è che parte qualche minaccia. «Pure gli industriali sbuffa Nico Stumpo di Rifondazione debbono stare attenti. Se soffiano sul fuoco non si ritroveranno Mussolini, ma qualcuno che gli toglierà tutto». Siamo a questo punto. Anche perché i sondaggi, quelli veri di maga Ghisleri, parlano da soli: Conte scende ancora nell’indice di gradimento (42%), mentre la fiducia nei politici è al 4,6%, in pratica su dieci italiani solo mezzo ancora gli crede. Il Palazzo lo sa ed è in preda ad una nevrosi da impotenza. E questo vale per la maggioranza come per l’opposizione. «Non cambia nulla!», si sfoga l’azzurro Roberto Occhiuto: «Pure il Cav fa il responsabile con un governo di irresponsabili. Saremo spazzati tutti via, ci sarà un cambio di sistema ancor più profondo di tangentopoli. Qui se si presenta qualcuno da fuori, si porta dietro un terzo del Parlamento e tre quarti del Paese». «Con la crisi che divamperà in autunno gli va dietro Andrea Delmastro seguace della Meloni ci asfalteranno tutti, maggioranza e opposizione. Ci cacceranno con i forconi».

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