Giacomo Susca Avete voluto la Fase 2? Adesso pedalate. Fase due ruote, perché il Paese che domani prova a ripartire dovrà farlo in sella a una bicicletta. Avete voluto la Fase 2? Adesso pedalate. Fase due ruote, perché il Paes...

L’utopia della bici anti-contagio

Avete voluto la Fase 2? Adesso pedalate. Fase due ruote, perché il Paese che domani prova a ripartire dovrà farlo in sella a una bicicletta.

Avete voluto la Fase 2? Adesso pedalate. Fase due ruote, perché il Paese che domani prova a ripartire dovrà farlo in sella a una bicicletta. Suona così il piano che hanno in mente il governo delle task force e tanti primi cittadini. Se d’ora in avanti bisogna convivere con il Coronavirus, anzi sfidarlo come dice qualche politico in tv, allora si tratterà di staccarlo nella corsa a ostacoli per raggiungere il posto di lavoro. Curioso poi che maggio, da sempre il mese del Giro d’Italia, invece costretto a fermarsi almeno fino a ottobre, sarà segnato sul calendario come il periodo in cui gli italiani finalmente potranno tornare a farsi un giro (fuori casa). E nel weekend ci danno dentro con olio, anzi grasso, di gomito. Magari rispondendo all’appello del sindaco di Milano Giuseppe Sala, siamo tornati in garage o in cantina alla ricerca di quella vecchia bici con il manubrio storto e i raggi infestati dalle ragnatele. Ma per il momento, pur di non mettere piede su un autobus o su una metropolitana, siamo disposti a inforcare quel modello un bel po’ vintage usato l’ultima volta in campeggio, ma era nell’estate della maturità. La bicicletta è il nuovo – si fa per dire – che avanza. Un dispositivo di protezione individuale, al pari di mascherine e guanti, nei piani degli enti locali che sperano in maniera vagamente utopistica di alleggerire il carico sul trasporto pubblico. Il che potrebbe essere un discorso sensato se l’ufficio si trova a tre-quattro chilometri da casa, in pianura, e si è in forma. Più difficile spiegarlo ai milioni di pendolari che per timbrare il cartellino attraversano autostrade e tangenziali… Qualcuno scopre solo ora il problema delle scarse piste ciclabili, e un po’ ricorda lo stupore da sepolcro imbiancato di chi, durante la Fase 1 dell’emergenza, si accorgeva della carenza di posti letto negli ospedali. Intanto, l’asfalto delle città si riempie di ghirigori tra corsie dedicate ai pedoni, alle due ruote, ai monopattici elettrici, e se vi spostate ancora in auto peggio per voi, fate spazio alla mobilità del futuro (sostenibile e green, of course). Augurandoci che di orizzontale resti solo la segnaletica improvvisata, e non qualche poveretto travolto nel caos del traffico post-pandemia.

Mentre la ministra dei Trasporti De Micheli allunga la lista degli aiuti promessi con il bonus di 200 euro per chi ne acquisterà una nuova, la bicicletta smette di essere semplicemente un mezzo e diventa per molti amministratori un fine in sé. La bici, ridotta da anni a status symbol radical chic, preferita dalla classe dirigente con la ventiquattrore nel cestello e le mollette per non sgualcire i pantaloni, oggi torna popolare, se non argomento populista. Senza una strategia più ampia di prevenzione a proteggerci le spalle (e la salute), non ci resta che indossare il caschetto e sperare che da domani per gli italiani l’unica «corona» di cui preoccuparsi sia quella che fa girare la catena.

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