Luca Fazzo Il linguaggio è un po' curiale, come se l'obiettivo fosse di farsi capire solo dagli addetti ai lavori: cosa già singolare per l'Associazione nazionale magistrati. Ma ancora più singolare è che dietro il paludamento ...

L’Anm si schiera col Guardasigilli e striglia il pm Antimafia. Ma in passato l’ha sempre difeso

Il linguaggio è un po’ curiale, come se l’obiettivo fosse di farsi capire solo dagli addetti ai lavori: cosa già singolare per l’Associazione nazionale magistrati. Ma ancora più singolare è che dietro il paludamento si celi l’ attacco non solo a un magistrato ma anche a una facoltà, entrambi finora strenuamente difesi dal sindacato delle toghe. Il magistrato è Nino Di Matteo, pm antimafia e oggi membro del Csm: la facoltà è quella per qualunque giudice di dire la sua come e quando gli pare, in convegni e interviste, in aula e sul web, a tutela della libertà di parola garantita dalla Costituzione più bella del mondo a tutti i suoi cives, magistrati compresi.

E invece stavolta l’Anm mazzola Di Matteo per avere parlato troppo. Per capire che i colleghi ce l’hanno davvero con lui bisogna (titolo a parte) arrivare alla penultima riga, quando per meglio indicare i destinatari dell’appello scrivono che «ciò è richiesto a tutti i magistrati, ancor di più a coloro che fanno parte di organi di garanzia costituzionale». Tradotto: è richiesto a Di Matteo, in quanto membro del Consiglio superiore.

Bene. E quali sarebbero i precetti cui tutti, e soprattutto Di Matteo, dovrebbero attenersi? «Esprimersi con equilibrio e misura», valutare «con rigore l’opportunità di interventi pubblici», tenere conto «delle ricadute che le loro dichiarazioni possono avere». Viene da dire: volesse il Cielo, o – come dicono a Napoli – fuss a’Maronna. Dopo decenni in cui ha assistito silente (quando andava bene) o plaudendo a esternazioni di ogni tipo, da quelli che «rivolteremo l’Italia come un calzino» a chi diceva che «i torturatori sono al vertice della polizia», l’Anm scopre la virtù teologale del riserbo. Meglio tardi che mai, per le rivoluzioni copernicane a volte servono secoli, stavolta ne è bastato mezzo. Certo, fa un po’ effetto che a venire tirato per le orecchie sia lo stesso magistrato, Di Matteo, che in passato poté dirne di tutti i colori senza che il suo diritto di manifestazione del pensiero venisse messo in discussione: compreso quando accusò il Csm, di cui da lì a poco avrebbe fatto parte, di essere governato da metodi mafiosi. Cos’è cambiato da allora? Che Di Matteo ha osato attaccare il ministro Bonafede, verso cui l’Anm mostra incomprensibile sudditanza. I sindacati che stavano col padrone, negli anni Cinquanta venivano chiamati «sindacati gialli». Come bisogna chiamare l’Anm?