Luca Sablone Ecco chi sono i pentastellati che stanno scalpitando per ottenere visibilità. E ora c'è il timore di una scissione: "Troppi tradimenti, non c'è più democrazia" Che il Movimento 5 Stelle non abbia più una propria id...

La lotta alla leadership paralizza e spacca il M5S: così i grillini rischiano di implodere

Ecco chi sono i pentastellati che stanno scalpitando per ottenere visibilità. E ora c’è il timore di una scissione: “Troppi tradimenti, non c’è più democrazia”

Che il Movimento 5 Stelle non abbia più una propria identità non è di certo una novità, ma ora più che mai rischia seriamente di implodere. Nonstante siano premiati dagli ultimi sondaggi (le cifre parlano di una risalita nel corso dell’emergenza Coronavirus), i grillini continuano a spaccarsi su molteplici aspetti, dalle questioni politiche ai temi identitari. E questa non è certamente una buona notizia per una fazione che da sempre è alle prese con dissidi, addii, litigi, espulsioni e correnti differenti. Nei giorni scorsi sono emerse le diverse anime tra i pentastellati: da una parte la linea Di Maio si è dimostrata più coerente e maggiormente intransigente contro la regolarizzazione dei lavoratori stranieri; dall’altra la linea Fico – quella morbida dei 5S e che strizza l’occhio al Partito democratico – è apparsa più flessibile e tendente al dialogo per trovare un compromesso sulla maxi sanatoria di immigrati.

Una situazione che evidenzia non solo la divisione dei gialli, ma soprattutto come sia in atto una vera e propria corsa alla leadership: la lotta per accaparrarsi il ruolo di capo politico è entrata dal vivo fin da subito, da quando l’attuale ministro degli Esteri si è dimesso per lasciare spazio al reggente Vito Crimi. La decisione è stata annunciata con tanto di polemiche e frecciatine ben indirizzate a coloro che avevano fortemente criticato l’operato dell’ex capo politico, a cui erano state addossate le colpe per la debacle sia a livello nazionale sia sui territori. “C’è chi ha giocato al tutti contro tutti. Basta pugnalate alle spalle. Farci apparire litigiosi è stato il miglior modo per combatterci. Il rumore di pochi ha sovrastato il lavoro di moltissimi“, aveva detto l’ex vicepremier. Ma siamo sicuri che si è tratta di una mossa per farlo fuori?

Le divisioni nel M5S

Non è proprio così. Infatti i grillini si stanno dimostrando proprio litigiosi e spaccati su molteplici questioni, come sul Meccanismo europeo di stabilità: si sono da sempre schierati contro e lo hanno giudicato uno strumento vecchio e inadeguato, ma non ci sarebbe nulla di clamoroso se dovesse esserci un dietrofront pure sul Mes. Dallo stato maggiore fanno sapere che una marcia indietro “non è impossibile, ma è molto complicata e sicuramente dolorosa“. Anche se tengono a sottolineare che il fondo salva-Stati, così com’è, resta pericoloso e quindi non è un’opzione valida: “Non ci sono possibilità di evitare le condizionalità a meno che non si cambino proprio i trattati, cosa molto improbabile“. Perciò la posizione resta chiara: anche la presunta convenienza del debito con il Mes non è competitiva con i tassi d’interesse legati ad aste di titoli normali. “Se non cambia questa situazione, il Mes verrà considerato assolutamente non conveniente“, fanno sapere a ilGiornale.it.

Una faglia evidente si è venuta a creare in occasione della regolarizzazione degli immigrati: alla fine è stato trovato un accordo con Partito democratico e Italia Viva, ma i malumori non sono ovviamente mancati. Il M5S ha dovuto incassare la durissima sconfitta nonostante abbia tentato di mettere in atto una prova di forza. Il malcontento è generale. “Eravamo contrari ma alla fine abbiamo trovato un compromesso“, ammette un grillino. Strano. Nei 5 Stelle – un tempo – prevaleva la linea della revisione degli accordi europei prima di tutto, ma questa regolarizzazione risulta del tutto esclusa “da un definitivo accordo internazionale sulla redistribuzione delle quote, sulla politica di accoglienza e sulla sostenibilità futura dei flussi“.

La corsa a leader

Fin dalle dimissioni di Luigi Di Maio si sono palesate le figure in competizione per prendere il suo posto alla guida dei gialli. Sono 10 i big che si contendono il ruolo: Nicola Morra, Paola Taverna, Roberta Lombardi, Chiara Appendino, Vito Crimi (il reggente che ha rivendicato di avere i pieni poteri da capo politico), Stefano Buffagni, Roberto Fico, Luigi Di Maio (potrebbe ricandidarsi per ricoprire quel ruolo che ha abbandonato) e Stafano Patuanelli. Ma su tutti c’è Alessandro Di Battista. Ed è proprio la sua ombra che agita il Movimento. Anche se il politologo Amadori non scommetterebbe su un suo successo: “Non ci può essere un’attesa infinita. Vedo la sua figura distante dal poter capitalizzare voti. È più una forza parallela, un protagonista di ieri“.

Da una parte c’è sicuramente Luigi Di Maio. È un dato di fatto: una vera e propria rottura con Matteo Salvini non c’è mai stata. Ed è proprio per questo che il titolare della Farnesina ha intuito la possibilità di ricoprire una figura importante in tal senso. Come riportato da Il Messaggero, i filogovernisti hanno avvertito: “Deve intervenire Beppe Grillo. Sennò, Di Maio fa saltare tutto“. L’ex capo politico pare sia tentato da un governo di centrodestra allargato: ecco perché i rapporti con i colleghi della maggioranza giallorossa non sono del tutto ottimi. Potrebbe contare sul sostegno di Crimi (iche viene giudicato “inconsistente”, “troppo debole” e “senza carisma”), di Carlo Sibilia (sottosegretario all’Interno), di Manlio Di Stefano (viceministro degli Esteri), e di una gran parte dei parlamentarti campani e siciliani.

Dall’altra parte spunta Alessandro Di Battista: c’è una fronda che si avvicina alle posizioni di Ignazio Corrao e di Piernicola Pedicini all’Europarlamento, ispirate alla linea politica originaria dei 5S. E lo scenario che ci viene descritto risulta essere molto concreto: “Prima di ogni ricollocazione altrove, se si è ancora in tempo, i dimissionari e gli espulsi di Parlamento e Senato potrebbero ritrovarsi intorno a Di Battista e Gianluigi Paragone“. Gli uomini dello storico attivista avrebbero addirittura minacciato una possibile caduta del governo giallorosso e una scissione interna qualora dovesse arrivare il via libera all’utilizzo del Mes.

Tra espulsioni e addii

Per ora gli scontenti mordono il freno, in gran parte perché temono di perdere una – seppur remota – possibilità di rielezione, e poi perché aspettano di vedere come si collocano i leader contrari a questa gestione. “Dopo il congresso sarà tutto più chiaro“, si scommette. La dicitura di capo politico resterà o verrà abolita e dunque bisognerà iniziare con una leadership collettiva? Domanda priva di risposta. Anche su questo tema i pentastellati sono divisi, con il senatore Emanuele Dessì che – come riportato dal Corriere della Sera, preme per la seconda opzione: “Non si era parlato di leadership collettiva? Credo che sia diventata urgente“.

Il rischio è quello del logoramento interno testimoniato dalle numerose espulsioni e dalle sempre più frequenti dimissioni degli eletti. L’ultimo addio è arrivato da Alice Salvatore, ex candidata alla presidenza della Regione Liguria per il Movimento 5 Stelle: l’ex capogruppo del M5S in Consiglio regionale ha lanciato il movimento politico “Il Buonsenso”, che correrà alle prossime elezioni Regionali. “Il Movimento è diventato solo un brand, un contenitore, che va in deroga ai suoi contenuti rimanendo vuoto. Diciamo no alle alleanze accozzaglia“, ha tuonato.

Tra i più importanti addi ed espulsioni ci sono la fuga dell’ex ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, l’abbandono di tre senatori per passare alla Lega (Ugo Grassi, Francesco Urraro e Stefano Lucidi), il passaggio a Italia Viva da parte di Gelsomina Vono, l’approdo di Elena Fattori al gruppo misto, il passaggio di Matteo Dall’Osso a Forza Italia, le dimissioni del deputato Andrea Mura e di Salvatore Caiata (indagato e poi archiviato per riciclaggio). Senza dimenticare le espulsioni ai danni di Gregorio De Falco, di Saverio De Bonis, di Veronica Giannone (per “iniziative gravemente lesive all’immagine del Movimento”), di Gloria Vizzini (per “mancata restituzione forfettaria dei rimborsi”) e di Paola Nugnes per aver votato 131 volte contro la linea del M5S. Fino ad arrivare a quella di Gianluigi Paragone.

Per i grillini non è affatto una bella situazione: “Avete notato che non sorride più nessuno? Dove sono finiti i ragazzi baldanzosi e rumorosi di una volta? Ora si difendono dietro la ragione di Stato per mantenere la loro poltrona. Sono tristi e non sanno bene che ci fanno al governo. Guardate il Blog delle Stelle: qualcuno lo legge ancora?“, fa notare un deputato. E in tutto ciò i gialli iniziano a perdere pezzi anche in Campania, dove un gruppo di attivisti locali ha lanciato un “Exit Day” per uscire dal Movimento 5 Stelle: “Neppure la terribile pandemia è riuscita a fermare i forti interessi e gli abusi di potere di questa nuova casta all’interno del Movimento“. E ci hanno ribadito che probabilmente anche le diverse linee di pensiero e la corsa alla leadership potrebbero aver contribuito a questo caso: “Ma la mancanza di democrazia avviene già nel momento in cui la figura del capo politico è stata imposta“. L’ira nei confronti del grillini è evidente e non vengono usati mezzi termini per rivolgere durissimi attacchi: “Risulta fin troppo evidente che le promesse fatte in tutti quegli anni nelle piazze, sono state palesemente disattese. Tradite! Così come sono stati traditi tutti i principi identitari“.

Luca Sablone Ecco chi sono i pentastellati che stanno scalpitando per ottenere visibilità. E ora c'è il timore di una scissione: "Troppi tradimenti, non c'è più democrazia" Che il Movimento 5 Stelle non abbia più una propria id...

La lotta alla leadership paralizza e spacca il M5S: così i grillini rischiano di implodere

Ecco chi sono i pentastellati che stanno scalpitando per ottenere visibilità. E ora c’è il timore di una scissione: “Troppi tradimenti, non c’è più democrazia”

Che il Movimento 5 Stelle non abbia più una propria identità non è di certo una novità, ma ora più che mai rischia seriamente di implodere. Nonstante siano premiati dagli ultimi sondaggi (le cifre parlano di una risalita nel corso dell’emergenza Coronavirus), i grillini continuano a spaccarsi su molteplici aspetti, dalle questioni politiche ai temi identitari. E questa non è certamente una buona notizia per una fazione che da sempre è alle prese con dissidi, addii, litigi, espulsioni e correnti differenti. Nei giorni scorsi sono emerse le diverse anime tra i pentastellati: da una parte la linea Di Maio si è dimostrata più coerente e maggiormente intransigente contro la regolarizzazione dei lavoratori stranieri; dall’altra la linea Fico – quella morbida dei 5S e che strizza l’occhio al Partito democratico – è apparsa più flessibile e tendente al dialogo per trovare un compromesso sulla maxi sanatoria di immigrati.

Una situazione che evidenzia non solo la divisione dei gialli, ma soprattutto come sia in atto una vera e propria corsa alla leadership: la lotta per accaparrarsi il ruolo di capo politico è entrata dal vivo fin da subito, da quando l’attuale ministro degli Esteri si è dimesso per lasciare spazio al reggente Vito Crimi. La decisione è stata annunciata con tanto di polemiche e frecciatine ben indirizzate a coloro che avevano fortemente criticato l’operato dell’ex capo politico, a cui erano state addossate le colpe per la debacle sia a livello nazionale sia sui territori. “C’è chi ha giocato al tutti contro tutti. Basta pugnalate alle spalle. Farci apparire litigiosi è stato il miglior modo per combatterci. Il rumore di pochi ha sovrastato il lavoro di moltissimi“, aveva detto l’ex vicepremier. Ma siamo sicuri che si è tratta di una mossa per farlo fuori?

Le divisioni nel M5S

Non è proprio così. Infatti i grillini si stanno dimostrando proprio litigiosi e spaccati su molteplici questioni, come sul Meccanismo europeo di stabilità: si sono da sempre schierati contro e lo hanno giudicato uno strumento vecchio e inadeguato, ma non ci sarebbe nulla di clamoroso se dovesse esserci un dietrofront pure sul Mes. Dallo stato maggiore fanno sapere che una marcia indietro “non è impossibile, ma è molto complicata e sicuramente dolorosa“. Anche se tengono a sottolineare che il fondo salva-Stati, così com’è, resta pericoloso e quindi non è un’opzione valida: “Non ci sono possibilità di evitare le condizionalità a meno che non si cambino proprio i trattati, cosa molto improbabile“. Perciò la posizione resta chiara: anche la presunta convenienza del debito con il Mes non è competitiva con i tassi d’interesse legati ad aste di titoli normali. “Se non cambia questa situazione, il Mes verrà considerato assolutamente non conveniente“, fanno sapere a ilGiornale.it.

Una faglia evidente si è venuta a creare in occasione della regolarizzazione degli immigrati: alla fine è stato trovato un accordo con Partito democratico e Italia Viva, ma i malumori non sono ovviamente mancati. Il M5S ha dovuto incassare la durissima sconfitta nonostante abbia tentato di mettere in atto una prova di forza. Il malcontento è generale. “Eravamo contrari ma alla fine abbiamo trovato un compromesso“, ammette un grillino. Strano. Nei 5 Stelle – un tempo – prevaleva la linea della revisione degli accordi europei prima di tutto, ma questa regolarizzazione risulta del tutto esclusa “da un definitivo accordo internazionale sulla redistribuzione delle quote, sulla politica di accoglienza e sulla sostenibilità futura dei flussi“.

La corsa a leader

Fin dalle dimissioni di Luigi Di Maio si sono palesate le figure in competizione per prendere il suo posto alla guida dei gialli. Sono 10 i big che si contendono il ruolo: Nicola Morra, Paola Taverna, Roberta Lombardi, Chiara Appendino, Vito Crimi (il reggente che ha rivendicato di avere i pieni poteri da capo politico), Stefano Buffagni, Roberto Fico, Luigi Di Maio (potrebbe ricandidarsi per ricoprire quel ruolo che ha abbandonato) e Stafano Patuanelli. Ma su tutti c’è Alessandro Di Battista. Ed è proprio la sua ombra che agita il Movimento. Anche se il politologo Amadori non scommetterebbe su un suo successo: “Non ci può essere un’attesa infinita. Vedo la sua figura distante dal poter capitalizzare voti. È più una forza parallela, un protagonista di ieri“.

Da una parte c’è sicuramente Luigi Di Maio. È un dato di fatto: una vera e propria rottura con Matteo Salvini non c’è mai stata. Ed è proprio per questo che il titolare della Farnesina ha intuito la possibilità di ricoprire una figura importante in tal senso. Come riportato da Il Messaggero, i filogovernisti hanno avvertito: “Deve intervenire Beppe Grillo. Sennò, Di Maio fa saltare tutto“. L’ex capo politico pare sia tentato da un governo di centrodestra allargato: ecco perché i rapporti con i colleghi della maggioranza giallorossa non sono del tutto ottimi. Potrebbe contare sul sostegno di Crimi (iche viene giudicato “inconsistente”, “troppo debole” e “senza carisma”), di Carlo Sibilia (sottosegretario all’Interno), di Manlio Di Stefano (viceministro degli Esteri), e di una gran parte dei parlamentarti campani e siciliani.

Dall’altra parte spunta Alessandro Di Battista: c’è una fronda che si avvicina alle posizioni di Ignazio Corrao e di Piernicola Pedicini all’Europarlamento, ispirate alla linea politica originaria dei 5S. E lo scenario che ci viene descritto risulta essere molto concreto: “Prima di ogni ricollocazione altrove, se si è ancora in tempo, i dimissionari e gli espulsi di Parlamento e Senato potrebbero ritrovarsi intorno a Di Battista e Gianluigi Paragone“. Gli uomini dello storico attivista avrebbero addirittura minacciato una possibile caduta del governo giallorosso e una scissione interna qualora dovesse arrivare il via libera all’utilizzo del Mes.

Tra espulsioni e addii

Per ora gli scontenti mordono il freno, in gran parte perché temono di perdere una – seppur remota – possibilità di rielezione, e poi perché aspettano di vedere come si collocano i leader contrari a questa gestione. “Dopo il congresso sarà tutto più chiaro“, si scommette. La dicitura di capo politico resterà o verrà abolita e dunque bisognerà iniziare con una leadership collettiva? Domanda priva di risposta. Anche su questo tema i pentastellati sono divisi, con il senatore Emanuele Dessì che – come riportato dal Corriere della Sera, preme per la seconda opzione: “Non si era parlato di leadership collettiva? Credo che sia diventata urgente“.

Il rischio è quello del logoramento interno testimoniato dalle numerose espulsioni e dalle sempre più frequenti dimissioni degli eletti. L’ultimo addio è arrivato da Alice Salvatore, ex candidata alla presidenza della Regione Liguria per il Movimento 5 Stelle: l’ex capogruppo del M5S in Consiglio regionale ha lanciato il movimento politico “Il Buonsenso”, che correrà alle prossime elezioni Regionali. “Il Movimento è diventato solo un brand, un contenitore, che va in deroga ai suoi contenuti rimanendo vuoto. Diciamo no alle alleanze accozzaglia“, ha tuonato.

Tra i più importanti addi ed espulsioni ci sono la fuga dell’ex ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, l’abbandono di tre senatori per passare alla Lega (Ugo Grassi, Francesco Urraro e Stefano Lucidi), il passaggio a Italia Viva da parte di Gelsomina Vono, l’approdo di Elena Fattori al gruppo misto, il passaggio di Matteo Dall’Osso a Forza Italia, le dimissioni del deputato Andrea Mura e di Salvatore Caiata (indagato e poi archiviato per riciclaggio). Senza dimenticare le espulsioni ai danni di Gregorio De Falco, di Saverio De Bonis, di Veronica Giannone (per “iniziative gravemente lesive all’immagine del Movimento”), di Gloria Vizzini (per “mancata restituzione forfettaria dei rimborsi”) e di Paola Nugnes per aver votato 131 volte contro la linea del M5S. Fino ad arrivare a quella di Gianluigi Paragone.

Per i grillini non è affatto una bella situazione: “Avete notato che non sorride più nessuno? Dove sono finiti i ragazzi baldanzosi e rumorosi di una volta? Ora si difendono dietro la ragione di Stato per mantenere la loro poltrona. Sono tristi e non sanno bene che ci fanno al governo. Guardate il Blog delle Stelle: qualcuno lo legge ancora?“, fa notare un deputato. E in tutto ciò i gialli iniziano a perdere pezzi anche in Campania, dove un gruppo di attivisti locali ha lanciato un “Exit Day” per uscire dal Movimento 5 Stelle: “Neppure la terribile pandemia è riuscita a fermare i forti interessi e gli abusi di potere di questa nuova casta all’interno del Movimento“. E ci hanno ribadito che probabilmente anche le diverse linee di pensiero e la corsa alla leadership potrebbero aver contribuito a questo caso: “Ma la mancanza di democrazia avviene già nel momento in cui la figura del capo politico è stata imposta“. L’ira nei confronti del grillini è evidente e non vengono usati mezzi termini per rivolgere durissimi attacchi: “Risulta fin troppo evidente che le promesse fatte in tutti quegli anni nelle piazze, sono state palesemente disattese. Tradite! Così come sono stati traditi tutti i principi identitari“.

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