Alessandro Gnocchi Oggi è il Primo Maggio, la festa del lavoro, ma forse sarebbe meglio cambiare nome in tragedia del lavoro o dramma della disoccupazione. O ggi è il Primo Maggio, la festa del lavoro, ma forse sarebbe meglio c...

La Festa del lavoro che non c’è

Oggi è il Primo Maggio, la festa del lavoro, ma forse sarebbe meglio cambiare nome in tragedia del lavoro o dramma della disoccupazione.

O ggi è il Primo Maggio, la festa del lavoro, ma forse sarebbe meglio cambiare nome in tragedia del lavoro o dramma della disoccupazione. Come ogni anno, la retorica si prenderà il palcoscenico dei media. Nel frattempo, secondo le stime, migliaia di cittadini hanno già perso l’attività o sono finiti in cassa integrazione o temono il licenziamento a causa della crisi. In televisione e nelle piazze virtuali sarà ricordato l’articolo uno della Costituzione: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Davvero? Non si direbbe. Il governo ha deciso di riaprire gradualmente, e potremmo essere d’accordo, se non fosse che i decreti amministrativi di Conte hanno alcuni difetti. Una pletora di giuristi ha ricordato che i pieni poteri non sono legittimi, che i decreti non sono costituzionali, che i passaggi parlamentari sono necessari. Inoltre i provvedimenti del governo rinviano la ripresa di alcune attività a una data così lontana da non lasciare speranza ai proprietari: resteranno chiuse per sopraggiunto fallimento. La famosa grandinata di soldi si è rivelata una pioggerellina primaverile affidata alla nota bontà d’animo delle banche. È giusto adottare tutte le misure necessarie al contenimento del virus e alla tutela della salute dei lavoratori. La quarantena, però, non può essere l’unico strumento, specie dopo due mesi di sacrifici, due mesi durante i quali lo Stato avrebbe dovuto attrezzarsi proprio per il giorno della ripresa del lavoro. Lasciamo perdere poi il seguito dell’articolo 1: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Lettera morta, in questi giorni dove un esecutivo nato da una manovra di Palazzo travolge tre o quattro articoli della Costituzione stessa nel disinteresse quasi totale del popolo. Prima di tornare alla questione centrale, un auspicio. Si spera che i filosofi della Costituzione più bella del mondo, gli scrittori-baluardo delle garanzie (in assenza di minacce), i cantori dell’eterno fascismo italiano (in assenza di fascismo) si ritirino in silenzio almeno per un po’. Essendo rimasti afoni davanti alla situazione a dir poco al limite di queste settimane, hanno perso ogni credibilità. Ormai è chiaro: non amano la libertà ma la visibilità che si ottiene sfoggiando i buoni sentimenti prescritti dal politicamente corretto.

I governi Conte, e i loro predecessori, incapaci di sfuggire al centralismo burocratico, hanno lasciato fallire le aziende, umiliato lo spirito imprenditoriale, distrutto l’occupazione. Se vogliamo celebrare il lavoro, bisogna ridiscutere tutto: la tassazione da rapina, le montagne di scartoffie, i regolamenti kafkiani, l’ostilità alle partite Iva, la compressione dei salari e dei diritti. Mai come oggi, a causa del coronavirus, è evidente che ogni territorio ha bisogno di autonomia e misure mirate. Eppure questo esecutivo ha dimostrato una forte ostilità alle Regioni senza saperne prendere il posto in alcun modo. Questo mondo, fondato sul «posto fisso» nel pubblico e sul reddito di cittadinanza negli altri casi, è una condanna per tutti, incluso il Mezzogiorno.

Il governo Conte si è dimostrato inefficiente nel gestire l’emergenza sanitaria, irrispettoso della libertà e incapace di reagire alla crisi economica. La vera festa sarebbe passare oltre a questa brutta parentesi della storia.

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