Luca Fazzo E prima, dov'erano? I magistrati investiti dallo scandalo del Csm, intercettati e citati nelle carte della Procura di Perugia sul marcio nelle nomine e nelle correnti delle toghe italiane, dov'erano fino al giorno pr...

La caduta degli dei. Quei pm superstar campioni di legalità beccati dal trojan a chiedere favori al collega indagato

E prima, dov’erano? I magistrati investiti dallo scandalo del Csm, intercettati e citati nelle carte della Procura di Perugia sul marcio nelle nomine e nelle correnti delle toghe italiane, dov’erano fino al giorno prima?

E prima, dov’erano? I magistrati investiti dallo scandalo del Csm, intercettati e citati nelle carte della Procura di Perugia sul marcio nelle nomine e nelle correnti delle toghe italiane, dov’erano fino al giorno prima? La risposta è semplice: in prima fila, applauditi, intervistati mentre proclamavano la legalità e il rispetto delle regole. Anche se adesso molti fanno finta di non averli mai conosciuti.

Il più in vista di tutti, manco a dirlo, era il bel tenebroso Luca Palamara, quello più drammaticamente coinvolto dall’inchiesta. Su di lui se ne sono scoperte di tutti i colori, dai traffici politici alle storie di viaggi e di favori. Ma fino a ieri l’altro veniva accolto a taccuini aperti mentre pontificava: «È fondamentale che si faccia piena chiarezza sul caso Ciancimino» tuonava sulla Rai nel maggio 2011. «Il premier mette a rischio l’indipendenza dei pm», avvisava su Repubblica nel 2011. Il premier, ovviamente, era Berlusconi. E via di questo passo.

Un altro alfiere della trasparenza era Giuseppe Cascini, sostituto procuratore a Roma e consigliere de Csm per la sinistra di Area, che il 29 gennaio dell’anno scorso, una manciata di mesi prima dell’esplosione dello scandalo, tuonava contro chi voleva delegittimare la magistratura: «Recenti episodi di aggressione, anche da parte di chi ricopre cariche istituzionali, nei confronti di magistrati, a seguito di decisioni non gradite destano allarme e preoccupazione, in quanto mettono a repentaglio valori fondanti dello Stato di diritto, quali la soggezione del giudice solo alla legge. E chiamano in causa il fondamentale ruolo del Csm di tutela della autonomia e della indipendenza della magistratura e dei singoli magistrati». Si è scoperto ora che a spingere per la candidatura di Cascini a procuratore aggiunto a Roma era stato proprio Luca Palamara, il king maker di tutte le nomine cruciali. È Palamara ad annunciare via whatsapp all’amico Cascini la vittoria sui rivali. Ma si scopre che Cascini chiede a Palamara anche aiuti più veniali: «Ciao Luca hai qualcuno da indicarmi al Coni con cui posso parlare per i biglietti dello stadio per portare anche Lollo (il figlio)», gli scrive prima di Roma-Cska. Chissà se davanti a queste chat Cascini pensa ancora, come ai tempi del Rubygate, che una limitazione delle intercettazioni sarebbe «una resa dello Stato davanti ai poteri criminali» (Repubblica, 29 luglio 2011).

Un altro protagonista delle battaglie per la moralità e la legalità era il pm romano Mario Dovinola, protagonista delle inchieste sullo stadio della Roma e sui 500 presunti grandi evasori con i conti in Liechtenstein. Il 5 maggio 2016 Dovinola, allora segretario dell’Anm di Roma, viene addirittura ricevuto al Quirinale per presentare al presidente Sergio Mattarella la meritoria iniziativa della «notte bianca della legalità». Dalle carte dell’inchiesta si scopre che nel dicembre 2012 lo stesso Dovinola era andato in vacanza con la famiglia a Campo Carlo Magno, in Val Rendena: albergo Campiglio Bellavista, prenotato dall’imprenditore Fabrizio Centofanti, stessa stanza occupata prima di lui da Luca Palamara, e conto di quattromila euro. Dovinola versa a Palamara mille euro, e così considera chiusa la faccenda.

Nelle intercettazioni inciampa anche Elisabetta Cesqui detta Betty, potente capo di gabinetto al ministero della Giustizia. Anche della dottoressa le cronache riportarono in passato i severi moniti: quando faceva parte della sezione disciplinare del Csm mise in guardia contro la fantomatica loggia P3, paragonandola alla P2 di Licio Gelli. Un brav’uomo, il magistrato milanese Alfonso Marra, fu costretto a dimettersi, poi si scoprì che la P3 praticamente non esisteva. Più garantista la Cesqui si mostrò verso un collega, il calabrese Giancarlo Giusti, che prosciolse da tutte le accuse, «valutammo che quei comportamenti fossero dettati dall’inesperienza»: anni dopo si scoprì che Giusti prendeva i soldi dalla ‘ndrangheta. Ora dalle intercettazioni si scopre che la Cesqui nel suo ruolo al ministero era un interlocutore decisivo di Palamara: «Luca scusa puoi parlare con la Cesqui per mio cognato?» scrive tale Silvio. Palamara lo tranquillizza: «Ci siamo già sentiti e siamo rimasti d’accordo che tra domani e dopodomani ci risentiamo». Il 12 aprile 2018 è Palamara a promettere alla Cesqui che il lunedì successivo l’Anm diffonderà un comunicato che le sta a cuore: «Bene, grazie», risponde Betty.

Tra i nomi travolti dall’indagine, uno dei più altolocati era sicuramente Riccardo Fuzio, procuratore generale della Cassazione fin quando non saltano fuori le intercettazioni in cui spifferava a Palamara delle indagini in corso a suo carico. Fino al giorno prima Fuzio era riverito come una autorità indiscussa «il suo percorso professionale dimostra che saprà gestire al meglio l’incarico», scrisse l’Anm il giorno in cui, proprio grazie ai voti decisivi della corrente di Palamara, Fuzio venne nominato procuratore generale.

Proprio la nomina di Fuzio costringe a tirare in ballo un’altra toga vip: Giuseppe Pignatone, procuratore della Repubblica prima a Palermo e poi a Roma, celebrato dai giornali – sull’onda delle inchieste contro la ‘ndrangheta e contro Mafia Capitale – come una specie di campione. Che però, racconta l’indagine, non disdegna i rapporti quantomeno irrituali con Luca Palamara. È a Pignatone che Palamara comunica in diretta i risultati della votazione sulla Cassazione: «4 voti Fuzio, 1 Salvi, astenuto Balduzzi». «Addirittura, incredibile! Complimenti» risponde Pignatone. Da allora è tutto un susseguirsi di contatti sotterranei in cui Palamara riceve le indicazioni del procuratore della Capitale su una serie di nomine: da quella di Cascini ad aggiunto, fino alla delicata poltrona del tribunale di Perugia, che giudica i reati dei magistrati romani. «Ho evitato Chiaravallotti a Perugia», scrive Palamara. E Pignatone: «Bravo». È lo stesso Pignatone che in un convegno alla Sapienza dell’aprile 2016 diceva: «Un magistrato moderno ha bisogno del requisito dell’umiltà, inteso nel senso cattolico del termine». Chissà se dentro di sé ridacchiava.

A dover qualche ringraziamento a Palamara è persino l’attuale Procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, che prima di venire compensato con questa carica, si era battuto a lungo per quella di procuratore capo a Napoli, la sua città. Ma si era scontrato con un altro magistrato di peso, Giovanni Melillo. Le chat del gruppo di Unicost al Csm, quello guidato da Palamara, raccontano come siano solo Palamara e i suoi a spingere per la nomina di Cafiero. Lo scontro interno al Csm è violento, alla fine Unicost rimane in minoranza, e passa Melillo. Palamara alle 19,47 del 27 luglio 2017 gira ai suoi il messaggio ricevuto da Cafiero de Raho: «Carissimo Luca, sono convinto che ancora dobbiamo lottare insieme, Grazie comunque per avermi assecondato nella scelta, che non condividevi, di andare avanti. Sapevo della sconfitta ma per formazione vado avanti fino in fondo e non riesco a ritirarmi, mai. Un forte abbraccio. A presto». Poi, nella chat, Palamara rivendica la scelta di puntare su Cafiero: «Federico rimane punta di diamante degli inquirenti», scrive. Ma nella reazione di un’altra toga si coglie la preoccupazione, più che per le qualità del vincitore Melillo, per il suo schieramento con un’altra corrente: «Mettete in condizioni molti pm di Napoli di sentirsi schiacciati dallo strapotere di Area in Procura».

Fiero difensore delle prerogative della magistratura e persino delle sue correnti era, fino all’anno scorso, Luigi Spina, consigliere Csm in quota Unicost: quando il presidente della commissione Bilancio della Camera, il leghista Claudio Borghi, accusò un giudice che lo aveva condannato di essere di Magistratura democratica, Spina in Csm si indignò: «rifiutiamo ogni strumentalizzazione dell’adesione di singoli magistrati a gruppi associativi, nella convinzione che essi costituiscano un patrimonio della magistratura». Sì, si è visto. Oggi Spina è imputato di violazione del segreto d’ufficio per avere anche lui soffiato a Palamara non solo il contenuto di un esposto contro di lui, «ma altresì le reazioni dei componenti della commissione e le intenzioni degli stessi».

E poi c’è il più in vista, il più intervistato e coccolato di tutti: Giovanni Legnini, che nelle intercettazioni viene confidenzialmente chiamato «Gio». Legnini è un comunista di lungo corso, un avvocato abruzzese passato in tutte le varie incarnazioni del suo partito senza perdere mai la bussola. Nel 2014 viene eletto dal Parlamento al Csm, e dopo pochi giorni ne diviene vicepresidente. Da quel momento in poi, Legnini diventa un fiume in piena di interviste e proclami, tutti accolti con devozione dalla stampa. Alcune, con il senno di ora, appaiono francamente comiche: come quando nel 2017, mentre in Csm volano le seggiole intorno alla nomina del nuovo procuratore generale della Cassazione (è la nomina che finì a Fuzio, e che verrà festeggiata da Palamara con il messaggino a Pignatone di cui sopra) dichiara alla stampa «non ci sono né lunghi coltelli né guerre per bande, né spartizioni selvagge». O come quando, appena passato il posto al compagno di partito Davide Ermini, riesce a dire che «la provenienza politico-parlamentare dei componenti non influisce sull’autonomia del Csm»: nel frattempo, Palamara e il piddino Cosimo Ferri e Luca Lotti decidevano al ristorante i capi degli uffici.

«Le nomine vanno avanti in autonomia e serenità – ebbe a dire Legnini – nel novembre 2016 – respingo qualsiasi ipotesi di pressioni». Autonomia dalla politica, unici criteri delle scelte l’interesse della giustizia e il merito: questo era il Csm, nelle interviste che il vicepresidente Legnini rilasciava dall’alto della sua carica. Lo stesso Legnini che, raccontano ora le intercettazioni, ordinava a Palamara e agli altri capicorrente di scendere in campo in difesa di Luigi Patronaggio, il procuratore di Agrigento che aveva il merito di voler incriminare per sequestro di persona il ministro leghista Matteo Salvini.

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