Cinzia Meoni Sale la pressione sul governo per sospendere le tasse. Sale la pressione sul governo per sospendere le tasse. E nel mirino c'è anche l'Irap. Da Confindustria, per cui il taglio dell'Irap è «doveroso», all'Abi fino...

Imprese, ultimo appello “Un anno senza tasse”

Sale la pressione sul governo per sospendere le tasse.

Sale la pressione sul governo per sospendere le tasse. E nel mirino c’è anche l’Irap. Da Confindustria, per cui il taglio dell’Irap è «doveroso», all’Abi fino alla Cgia di Mestre, la richiesta unanime è quella quanto meno di sospendere l’imposta così da dare ossigeno alle imprese. Si tratterebbe, secondo quanto spiegato da Carlo Bonomi, presidente designato di Confindustria, di «un intervento semplice, automatico in cui lo Stato non deve far nulla. E potrebbe essere già fatto con gli acconti di giugno». E Giovanni Sabatini, direttore generale dell’Abi, mostra la quadra: con il Mes una simile strada è più facilmente percorribile. Per l’esperto, intervenuto a sostegno della proposta del presidente designato di Confindustria, «se il 90% dell’Irap serve a finanziare la spesa sanitaria delle Regioni, l’importo massimo che può essere tirato dall’Italia a valere sui fondi Mes (36 miliardi), può coprire il fabbisogno derivante dalla sospensione dell’Irap». Una simile misura, conclude Sabatini, «sarebbe sostenuta da tutto il mondo produttivo». Tanto più che, secondo quanto affermato in una intervista da Antonio Patuanelli, presidente dell’Abi, l’Irap è una tassa «di dubbia compatibilità con quanto disposto dall’articolo 53 della Costituzione», visto che si tratta di una «imposta sull’impresa che penalizza le imprese a prescindere dal reddito che possono produrre».

Paolo Zabeo, coordinatore dell’ufficio studi della Cgia di Mestre allarga il raggio di azione richiesto all’intervento governativo. «Occorre azzerare le imposte erariali 2020 per i lavoratori autonomi e le piccole imprese oppure saranno tantissime le attività che chiuderanno per sempre» sostiene Zabeo secondo cui una simile misura sarebbe essenziale per ridare ossigeno all’89% circa delle attività economiche del Paese.

La proposta interessa liberi professionisti, ditte individuali e società di persone con un fatturato inferiore al milione di euro l’anno, i soggetti più colpiti dagli effetti dell’emergenza sanitaria prima e finanziaria poi. Lo stop a Irpef, Ires e Imu costerebbe allo Stato 28,3 miliardi di mancato gettito e, più in dettaglio secondo i calcoli dell’ufficio studi della Cgia: 22,7 miliardi di Irpef, 4,2 miliardi di Ires, 779 milioni di imposta sostitutiva versata dalle partite Iva e 500 milioni di Imu sui capannoni.

«Si tratta di un taglio alle entrate molto importante» riconosce Zebeo secondo cui tuttavia una simile misura si rende necessaria per evitare una moria tra 4,9 milioni di micro-attività il cui default porterebbe in ultimo a «un buco nel bilancio statale» per gli anni a venire. «Bisogna intervenire subito. Il tempo non è una variabile indipendente. Tanti artigiani e piccoli negozianti sono allo stremo e possono ancora risollevarsi solo se diamo loro la certezza di pagare molte meno tasse e avere a disposizione le risorse finanziarie sufficienti per affrontare la situazione» aggiunge Renato Mason, segretario della Cgia che prospetta, qualora tutto ciò non avvenga, la desertificazione di centri produttivi e città.

In questo scenario per la Cgia è «meglio che a indebitarsi sia lo Stato centrale che subirà un forte aumento del debito pubblico anche se, a seguito delle misure messe in campo dalla Bce e nei prossimi mesi dalla Ue, rimarrà solvibile». La Cgia, dopo aver ricordato come il 70% del debito pubblico tricolore sia in mano a banche assicurazioni e famiglie italiane, si concentra proprio sui privati che «tra risparmi finanziari e patrimonio immobiliare possono contare su quasi 10mila miliardi di euro, una cifra quattro volte superiore al valore del nostro debito pubblico». «Lo Stato – conclude Zabeo – deve avere il coraggio di andare sul mercato con emissioni importati. Occorrono decisioni forti e persone in grado di sostenerle anche in Europa. La cultura dello zero virgola ci porta ai conti in regola ma con l’economia implosa».

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