Serena Nannelli Il racconto di come l'antagonismo tra polizia e criminalità divenga sanguinosa guerriglia laddove il sistema istituzionale latiti. Un poliziesco d'autore con "assonanze calcistiche". È ufficiale che i cinema ria...

“I Miserabili” dei giorni nostri

Il racconto di come l’antagonismo tra polizia e criminalità divenga sanguinosa guerriglia laddove il sistema istituzionale latiti. Un poliziesco d’autore con “assonanze calcistiche”.

È ufficiale che i cinema riapriranno il 15 Giugno ma, nell’attesa, ecco uscire in streaming un titolo di peso, “I Miserabili” di Ladj Ly, il film vincitore del Premio della Giuria allo scorso Festival di Cannes.

Vsibile sulla piattaforma MioCinema.it e su Sky Prima Fila Premiere, l’opera racconta le tensioni tra la polizia e gli abitanti del quartiere di Montfermeil, il più povero della capitale francese, lo stesso che fece da ambientazione a “Les Misérables”, l’omonimo romanzo di Victor Hugo. Del libro si si attualizzano i temi fondamentali per capire se, come e quanto sia cambiata la Francia negli ultimi 160 anni. Diciamo subito che il tessuto sociale appare immutato.

Poetica tragica e toni forti non scoraggino la visione: la regia adotta alcuni accattivanti stilemi del genere poliziesco e sa tenere a bada il linguaggio in parte documentaristico.

Da spettatori sposiamo il punto di vista di Stephane (Damien Bombard), nuovo arrivato nella squadra anticriminalità del sobborgo parigino. Tramite lui siamo introdotti ai metodi poco ortodossi con cui i suoi due colleghi si destreggiano in mezzo alla tensione sociale del luogo. Quando, durante un tentativo di arresto sfuggito di mano, uno dei poliziotti colpisce intenzionalmente un ragazzino, la scena è ripresa da un drone. Recuperare il filmato sarà fondamentale per salvaguardare il nome della polizia e per mantenere il delicato equilibrio tra le parti. La miccia, però, è oramai accesa e una sanguinosa rivolta è sul punto di esplodere.

Dopo una serie di documentari ambientati nel quartiere natale di Montfermeil, Ladj Ly esordisce alla regia di un lungometraggio mantenendo ancora il focus sulle condizioni di vita di una banlieue dimenticata dalle istituzioni, in cui uomini in divisa e piccoli o grandi criminali non sono che due facce della stessa medaglia.

Il disagio sociale prende qui piede perché la fatiscenza culturale ha il primato anche su quella architettonica e tutti sono resi miserabili dalla mancanza di speranza. Da una parte abbiamo ragazzini abbandonati a crescere senza alcun indirizzo o assistenza, dall’altra alcuni poliziotti che, per meglio tenere sotto osservazione la malavita, hanno finito con l’avere rapporti fin troppo cordiali con i suoi esponenti.

Il cambiamento non è contemplato, vige una staticità in cui due “squadre” diverse sono parte dello stesso gioco, quello che perpetua la loro condizione. Combattere il Sistema sarebbe farlo contro un mulino a vento che ricicla sempre la stessa violenza (nutrendosene e partorendola). Impossibile vincere, così come arrendersi. Si può solo continuare a ricoprire il proprio ruolo. Almeno fino a quando avvenga il casus belli che fa saltare le regole.

Ispirato alle sommosse di Parigi del 2005, “I Miserabili” si apre con i festeggiamenti della vittoria del mondiale di calcio: un momento eccezionale di aggregazione e integrazione, in cui l’amor patriae è professato senza distinzioni di ceto, razza o religione. Segue poi la descrizione di cosa avvenga una volta ripiegata la bandiera in un cassetto. Sul campo della vita di periferia riprende un indisturbato ed eterno palleggio tra crimini variamente assortiti in cui sono coinvolti tutti, agenti compresi. Il problema è che dopo un fallo (con tanto di ripresa aerea) come quello raccontato dal film, non da espulsione ma da sospensione della partita, le parti coinvolte non sanno cosa fare. Sulle prime chiedono consigli e aiuto ai rispettivi punti di riferimento, ma in assenza di una figura arbitrale super partes, lo Stato, la situazione degenera. E’ quello il momento in cui le fronde più estremiste, ossia gli istinti più bassi presenti nell’essere umano, trovano una via per invadere il terreno di gioco e trasformarlo in un campo di battaglia. Qui l’ipotetica metafora calcistica, mai suggerita apertamente dal film ma che pare lo stesso calzante, lascia il posto alla realtà più vera. La vendicativa fame di esistere si arma dell’occasione di annientare l’avversario con una bottiglia incendiaria che non occorre sapere se sarà scagliata. Serve solo capire che si è arrivati a una tanto tragica possibilità a causa della colpevole assenza di un ente vigilante equo.

“I Miserabili” predispone lo spettatore a restare neutrale sull’esito dello scontro e ad assaporare come la retorica della Francia multirazziale e multiculturale venga smontata e smentita pezzo per pezzo.

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