Maurizio Acerbi La domanda che sorge spontanea, tra chi mastica di cinema d'autore, è dove potranno arrivare i fratelli D'Innocenzo La domanda che sorge spontanea, tra chi mastica di cinema d'autore, è dove potranno arrivare i ...

I fratelli D’Innocenzo periferia da capolavoro

La domanda che sorge spontanea, tra chi mastica di cinema d’autore, è dove potranno arrivare i fratelli D’Innocenzo

La domanda che sorge spontanea, tra chi mastica di cinema d’autore, è dove potranno arrivare i fratelli D’Innocenzo. Perché se dopo il folgorante esordio de La terra dell’abbastanza, ti confezionano, come secondo film, una pellicola ancora più bella, matura, sapientemente scritta (Orso d’argento per la migliore sceneggiatura al Festival di Berlino) e diretta dai due talentuosi gemelli cineasti romani, il futuro non potrà che riservare loro (e a noi, fortunati spettatori) traguardi sempre più spinti in alto. Una «favola nera», la loro, che è, da facile gioco di parole, una «favola vera», ambientata nelle periferie romane «residenziali», dove, spesso, le persone covano rabbia e infelicità per essersi fermate un passo prima. Una storia corale, con dodici personaggi in cerca, non d’autore, ma di redenzione, maschere che recitano su un palcoscenico che va loro stretto. Nuclei familiari, come quello di Bruno (Elio Germano), Dalila e i loro due eredi, tra villette e giardini a vista, composti da adulti troppo impegnati a covare rancore per essere costretti a vivere lì, per un lavoro che non soddisfa (o non c’è), concentrati solo su loro stessi per porre attenzione ai silenzi dei propri figli. Ragazzini che non fanno altro che assorbire, come spugne, questa inquietudine esistenziale, privandosi della gioia e della spensieratezza della loro età, osservatori apatici di genitori inadeguati o di insegnanti che, tramite i loro alunni, si prendono delle macabre rivincite. I D’Innocenzo raccontano questo limbo che sembra un girone dantesco, senza fare sconti accondiscendenti, con un linguaggio surreale, ma non troppo se si leggono le cronache quotidiane dei giornali. Una favola dove non c’è lieto fine, perché il cinema, accantonata la sua funzione di macchina dei sogni, deve riappropriarsi di quella capacità lucida di saper fotografare la realtà, offrendone anche una chiave di riflessione. Tutto questo, i fratelli D’Innocenzo hanno dimostrato di saperlo fare, con una maturità inaspettata vista la loro «giovane» carriera artistica. Teniamoceli ben stretti.

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