Un film di pregio ma disturbante, ambientato in un suburbio in cui il benessere, di media portata, alimenta insoddisfazioni e in cui i più piccoli vengono abbandonati a se stessi.

"Favolacce" è il secondo film dei gemelli Fabio e Damiano D'Innocenzo, cineasti romani che esordirono due anni fa col folgorante "La terra dell'abbastanza" ed è appena uscito sulle principali piattaforme di streaming. Premiato a Berlino per la miglior sceneggiatura, è un titolo d'indubbia audacia, un noir suburbano ambientato nella provincia romana in cui si racconta d'individui accomunati dal vivere una fiaba nera, quella di un'esistenza apparentemente normale eppure vuota e inconsapevolmente diretta verso un precipizio.

Scritto dai due fratelli quando avevano appena diciannove anni, "Favolacce" è uno spaccato disturbante sul tramonto dei punti di riferimento in famiglia e non solo.

Stampo autoriale, registro in parte grottesco, fotografia e scenografia ricercate, il film a livello di estetica sembra l'incontro tra il Garrone favolistico e un Wes Anderson in versione dark. Le assonanze possono essere con vari film (da "Brutti, sporchi e cattivi" di Scola fino a "Il giardino delle vergini suicide" della Coppola) ma anche con autori non cinematografici, del resto i D'Innocenzo hanno dichiarato di essersi ispirati a Rodari e a Calvino.

Al centro della scena c'è una piccola comunità di famiglie, tra cui quella dei signori Placido, Bruno (Elio Germano, l'unico volto noto) e Dalila (Barbara Chichiarelli). I due trascorrono giornate apparentemente normali e credono di essere i migliori genitori al mondo, avendo dei figli con pagelle scolastiche invidiabili. La realtà è che sono distratti e anaffettivi ma neppure se ne accorgono, intenti come sono a ostentare la piscina gonfiabile in giardino e altre futilità acchiappa-invidie. Attorno a loro si muovono vicini rancorosi, ragazzini incompresi e una giovane disadattata prossima al parto.

"Favolacce" sfodera una patina di compiaciuta e confusa ineluttabilità fin dall'incipit, in cui una voce narrante maschile (Max Tortora) afferma di aver trovato il diario di una ragazzina e sentenzia: «Quanto segue è ispirato a una storia vera. La storia vera è ispirata a una storia falsa. La storia falsa non è molto ispirata».

Le villette tutte uguali, con le loro verande sul giardino in cui organizzare cene all'aperto, raccontano di vite mediamente agiate e all’apparenza impeccabili. I personaggi si muovono in una quiete che però, si capisce, non promette nulla di buono. E' una routine asfissiante e intrisa di placida inquietudine la loro, pronta a mostrare cedimenti appena si presta l'occasione di diventare verbalmente aggressivi.

Gli spazi abitativi sono funzionali a un appagamento narcisistico che però è effimero, la soddisfazione è, infatti, solo di facciata così come il perbenismo. Non abbastanza povere da lamentarsi né abbastanza ricche da sentirsi felici, queste figure parentali badano all'esteriorità e non conoscono se stesse, figurarsi i propri figli. Sono genitori autoritari senza autorevolezza, assuefatti a consolarsi con un benessere che non mantiene la tranquillità che promette e si accendono solo quando si tratta di dare sfogo a istinti animaleschi o a risate sguaiate, quasi deformi.

Al contrario loro, i ragazzini hanno una compostezza che rivela siano assai meno infantili di chi li ha generati e continua a sgridarli con crescente maleducazione. Imperscrutabili e diligenti, questi esseri umani in boccio osservano gli adulti e tacciono. Se non possono essere sfoggiati per le qualità sono trattati come scarti, eppure inaspettatamente si organizzano perché il loro silente disappunto possa deflagrare, aiutati nello scopo dal cattivo maestro di turno. Pronti a stupire i grandi che nel frattempo arginano la propria deriva esistenziale ascoltando disgrazie al telegiornale e credendole lontanissime da sé.

Il malessere quotidiano nascosto dietro la tipica esistenza piccolo-borghese è il vero protagonista di un film che cuce insieme frammenti di una realtà, umana e sociale, non difficile da scorgere attorno a noi.

Per quanto si possa apprezzare dal punto di vista cinematografico e si levi un plauso ai suoi giovani autori, "Favolacce" è un'opera la cui negatività (con condimento di anedonia e sconforto) al momento può restare assai indigesta. Nel senso che se il mondo pre-Covid era già pieno di persone come quelle del film, colleriche, rancorose e frustrate dall'assenza di uno scopo degno di questo nome, chissà cosa ci attende una volta tolta loro anche la tranquillità economica.

“Favolacce”, il nuovo cinema italiano inorgoglisce ma angoscia

Un film di pregio ma disturbante, ambientato in un suburbio in cui il benessere, di media portata, alimenta insoddisfazioni e in cui i più piccoli vengono abbandonati a se stessi.

“Favolacce” è il secondo film dei gemelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, cineasti romani che esordirono due anni fa col folgorante “La terra dell’abbastanza” ed è appena uscito sulle principali piattaforme di streaming. Premiato a Berlino per la miglior sceneggiatura, è un titolo d’indubbia audacia, un noir suburbano ambientato nella provincia romana in cui si racconta d’individui accomunati dal vivere una fiaba nera, quella di un’esistenza apparentemente normale eppure vuota e inconsapevolmente diretta verso un precipizio.

Scritto dai due fratelli quando avevano appena diciannove anni, “Favolacce” è uno spaccato disturbante sul tramonto dei punti di riferimento in famiglia e non solo.

Stampo autoriale, registro in parte grottesco, fotografia e scenografia ricercate, il film a livello di estetica sembra l’incontro tra il Garrone favolistico e un Wes Anderson in versione dark. Le assonanze possono essere con vari film (da “Brutti, sporchi e cattivi” di Scola fino a “Il giardino delle vergini suicide” della Coppola) ma anche con autori non cinematografici, del resto i D’Innocenzo hanno dichiarato di essersi ispirati a Rodari e a Calvino.

Al centro della scena c’è una piccola comunità di famiglie, tra cui quella dei signori Placido, Bruno (Elio Germano, l’unico volto noto) e Dalila (Barbara Chichiarelli). I due trascorrono giornate apparentemente normali e credono di essere i migliori genitori al mondo, avendo dei figli con pagelle scolastiche invidiabili. La realtà è che sono distratti e anaffettivi ma neppure se ne accorgono, intenti come sono a ostentare la piscina gonfiabile in giardino e altre futilità acchiappa-invidie. Attorno a loro si muovono vicini rancorosi, ragazzini incompresi e una giovane disadattata prossima al parto.

“Favolacce” sfodera una patina di compiaciuta e confusa ineluttabilità fin dall’incipit, in cui una voce narrante maschile (Max Tortora) afferma di aver trovato il diario di una ragazzina e sentenzia: «Quanto segue è ispirato a una storia vera. La storia vera è ispirata a una storia falsa. La storia falsa non è molto ispirata».

Le villette tutte uguali, con le loro verande sul giardino in cui organizzare cene all’aperto, raccontano di vite mediamente agiate e all’apparenza impeccabili. I personaggi si muovono in una quiete che però, si capisce, non promette nulla di buono. E’ una routine asfissiante e intrisa di placida inquietudine la loro, pronta a mostrare cedimenti appena si presta l’occasione di diventare verbalmente aggressivi.

Gli spazi abitativi sono funzionali a un appagamento narcisistico che però è effimero, la soddisfazione è, infatti, solo di facciata così come il perbenismo. Non abbastanza povere da lamentarsi né abbastanza ricche da sentirsi felici, queste figure parentali badano all’esteriorità e non conoscono se stesse, figurarsi i propri figli. Sono genitori autoritari senza autorevolezza, assuefatti a consolarsi con un benessere che non mantiene la tranquillità che promette e si accendono solo quando si tratta di dare sfogo a istinti animaleschi o a risate sguaiate, quasi deformi.

Al contrario loro, i ragazzini hanno una compostezza che rivela siano assai meno infantili di chi li ha generati e continua a sgridarli con crescente maleducazione. Imperscrutabili e diligenti, questi esseri umani in boccio osservano gli adulti e tacciono. Se non possono essere sfoggiati per le qualità sono trattati come scarti, eppure inaspettatamente si organizzano perché il loro silente disappunto possa deflagrare, aiutati nello scopo dal cattivo maestro di turno. Pronti a stupire i grandi che nel frattempo arginano la propria deriva esistenziale ascoltando disgrazie al telegiornale e credendole lontanissime da sé.

Il malessere quotidiano nascosto dietro la tipica esistenza piccolo-borghese è il vero protagonista di un film che cuce insieme frammenti di una realtà, umana e sociale, non difficile da scorgere attorno a noi.

Per quanto si possa apprezzare dal punto di vista cinematografico e si levi un plauso ai suoi giovani autori, “Favolacce” è un’opera la cui negatività (con condimento di anedonia e sconforto) al momento può restare assai indigesta. Nel senso che se il mondo pre-Covid era già pieno di persone come quelle del film, colleriche, rancorose e frustrate dall’assenza di uno scopo degno di questo nome, chissà cosa ci attende una volta tolta loro anche la tranquillità economica.

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