Pier Luigi Del Viscovo È difficile commentare le multe inflitte ai ristoratori a Milano, non per mancanza di ragioni, anzi, ma per mancanza di forze. È difficile commentare le multe inflitte ai ristoratori a Milano, non per man...

Esecutivo forte coi piccoli non conosce il Paese reale

È difficile commentare le multe inflitte ai ristoratori a Milano, non per mancanza di ragioni, anzi, ma per mancanza di forze.

È difficile commentare le multe inflitte ai ristoratori a Milano, non per mancanza di ragioni, anzi, ma per mancanza di forze. Cadono le braccia davanti a un gesto avulso da ogni logica e un po’ sguaiato, nel pieno di una tragedia di cui i cittadini lombardi sono stati vittime sacrificali, per incompetenze e inettitudini diffuse a ogni livello della macchina amministrativa, e alle soglie del dramma economico, di cui tanti ancora non hanno percepito la dimensione e la profondità. Tuttavia proviamoci, per dare fiato ai tanti italiani che lo meritano.

Innanzitutto, chiariamo che la cultura vetero-sindacale tiene il dibattito inchiodato su un film vecchio, l’industria. L’economia italiana si fonda, come numero di occupati e come valore aggiunto, per circa il 70% sui servizi, di cui gli esercizi al pubblico sono una grandissima porzione. Ristoranti, bar, abbigliamento, palestre e intrattenimento pagano i pasti a svariati milioni di famiglie direttamente e, attraverso tasse e imposte, a una buona fetta del settore pubblico.

Detto questo, chiudere i servizi è facile, come chiudere una fabbrica: una diretta Facebook e il gioco è fatto. Farli riaprire è molto più complicato. Per la fabbrica, giri l’interruttore e gli impianti ricominciano a girare, con mascherine e guanti. Anche per gli esercizi pubblici si gira la chiave, solo che poi ci vuole appunto il pubblico. Come gli operatori sanno, le attività al pubblico non si esauriscono nel servire prodotti, scarpe o spaghetti alla carbonara che siano, ma devono far vivere al cliente un’esperienza. Una cena fuori è convivialità. Togli la convivialità, non c’è più la cena fuori. Un acquisto non può cominciare con una coda fuori, come una cena non può terminare con un gong per turno scaduto. Queste non sono riaperture, ma chiusure rinviate.

Però c’è il virus. Vero, ma ci siamo anche noi. Il gioco, per chi voglia governare questo periodo drammatico, non è semplice ma è elementare: far accadere le cose della vita, senza che nessuno perda la vita. Il regolatore deve ben fissare le linee generali di quella protezione che deve poi svilupparsi a livello personale, per forza. Il cittadino deve essere informato sui rischi e sulle cautele e poi deve agire. Sappiamo, dai cantieri mai partiti e dalla cassa integrazione mai arrivata, che troppa regolamentazione inceppa il meccanismo. È giusto raccomandare al ragazzo di guardare a destra e a sinistra, ma è contro il suo interesse vietargli di attraversare la strada. La soluzione non è l’imposizione, ma la sensibilizzazione delle coscienze. Nessuno vuole andare in terapia intensiva e ciascuno agirà quelle micro-azioni utili, discernendo caso per caso.

Due mesi ai domiciliari hanno prodotto un grave danno, ma qualcosa in cambio avranno pur dato. Magari non la piena scomparsa del virus, ma certamente la nostra sensibilità a schivarlo. Uno Stato che volesse battere un colpo le straccerebbe, quelle multe, con tante scuse. Non c’è problema, figurarsi, può succedere.

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