Serena Nannelli Nella miniserie su Netflix, rivive una Golden Age vista dal basso e riscritta ipotizzando una rivoluzione di costumi guidata proprio da chi a Hollywood è sempre stato emarginato. La nuova serie tv di Netflix, "...

Appassiona e diverte “Hollywood”, la storia del cinema rivisitata

Nella miniserie su Netflix, rivive una Golden Age vista dal basso e riscritta ipotizzando una rivoluzione di costumi guidata proprio da chi a Hollywood è sempre stato emarginato.

La nuova serie tv di Netflix, “Hollywood”, racconta le vicende di un gruppo di aspiranti attori, sceneggiatori e registi intenzionati a realizzare il Sogno Americano, non importa a quale prezzo. Indicata come una delle produzioni televisive più importanti dell’anno e firmata da Ryan Murphy, già creatore di “Glee” e “American Horror Story”, “Hollywood” è ambientata nell’età dell’oro del cinema, il secondo dopoguerra.

Attraverso una scalata corale verso il successo, ben mostrata nella sigla di apertura, va in scena il “dietro le quinte del dietro le quinte” del mondo del cinema, un luogo in cui compromessi sessuali, raccomandazioni, molestie e ricatti sembrano essere all’ordine del giorno.

Oscillando tra dramma e commedia, così come tra realtà e finzione, i vari episodi denudano l’ipocrisia di un microcosmo sognato da tutti ma in realtà crudele, razzista e dedito alla lussuria. La narrazione segue l’incontro e le successive interrelazioni di alcuni personaggi chiave: Jack Castello (David Coronswet), aspirante attore che lavora a un distributore di benzina dove in realtà presta servizio come gigolò; Archie (Jeremy Pope), sceneggiatore disadattato perché gay e di colore; Raymond Ainsely (Darren Criss), regista per metà filippino che spera di cambiare il sistema da dentro, riuscendo quindi a far lavorare la sua fidanzata nera, Camille (Laura Harrier) e l’asiatica Anna May Wong (Michelle Krusiec), entrambe attrici relegate a ruoli minori e stereotipati a causa delle loro origini. Tutte queste persone si trovano a collaborare alla realizzazione di un film ambizioso e ambito, incentrato sulla figura di Peg Entwistle, giovane interprete britannica realmente esistita e morta suicida nel 1932, gettandosi dalla famosa scritta Hollywoodland (in origine era di 13 lettere). Ci vorrà Avis Amberg (la carismatica Patti LuPone), moglie trascurata di un magnate degli Studios, per mischiare le carte e cambiare il destino non solo di questi ragazzi di belle speranze ma anche dell’intera Mecca del cinema.

“Hollywood” riesce ad appassionare e divertire, sebbene appaia spesso una serie tv visivamente artefatta e narrativamente didascalica, compiaciuta di certi dialoghi un po’ surreali e di eccessi talvolta più ridicoli che irriverenti.

Il cast è ottimo, i costumi, il trucco e le acconciature magnifici. I personaggi meno giovani sono i più interessanti, col loro corredo di rimpianti e sogni delusi, ma ci si affeziona a tutti i comprimari: Roy Fitzgerald (Jake Picking), ragazzo timido e riservato destinato a diventare Rock Hudson; Henry Willson (Jim Parsons), potente e viscido agente di future star; Ernie (Dylan McDermott), ex attore riciclatosi come proprietario della stazione di rifornimento per signore sole e danarose.

Concepito come un lungo film suddiviso in episodi, “Hollywood” poggia su uno spunto, in parte reale e in parte verosimile, sviluppato come un “what if” leggermente fiabesco: è un’opera revisionista alla maniera del tarantiniano “C’era una volta Hollywood…” ma, a differenza di quello, contamina l’omaggio ad un’epoca con la denuncia dei suoi aspetti più scabrosi. Non vengono enumerate soltanto le insidie che si celano lungo la strada del successo su celluloide, ma anche l’amarezza interiore che ne deriva: la rinuncia a dignità e autenticità conduce vittoriosi sulla cima, ma fa anche perdere il gusto di esserci arrivati. Si riscrive la storia di Hollywood destrutturandone i canoni entrati nell’immaginario e ipotizzando cosa sarebbe accaduto se le minoranze fossero state ascoltate anziché osteggiate.

La volontà di progresso e di giustizia sociale di cui i protagonisti sono portabandiera è anacronistica ma la sua idilliaca (e forse un po’ troppo zuccherosa) rappresentazione fa gioco a quel che si vuole evidenziare: il valore educativo di un medium, il cinema, in grado di cambiare il mondo e perfino di redimere se stesso.