Massimiliano Scafi L'irritazione del Quirinale per lo scontro tra governo e vescovi Il Papa, ecumenicamente, da buon pastore, ha già sdrammatizzato. «Bisogna avere prudenza e rispettare le regole perché la pandemia non ritorni»...

Mattarella: bastava usare il buonsenso

L’irritazione del Quirinale per lo scontro tra governo e vescovi

Il Papa, ecumenicamente, da buon pastore, ha già sdrammatizzato. «Bisogna avere prudenza e rispettare le regole perché la pandemia non ritorni», ha detto depotenziando in parte la protesta dei vescovi italiani contro Palazzo Chigi. Il presidente invece, molto meno ecumenicamente, è ancora piuttosto sorpreso dalle scelte di Giuseppe Conte. Secondo lui, con un po’ di «buonsenso» lo scontro con la Cei poteva essere evitato: possibile, si chiedono sul Colle, che non ci fosse un modo per far ridire messa ai preti in sicurezza? Che non si potesse accordare la tutela della salute dei cittadini con il diritto di culto garantito dalla Costituzione?

Domande che Mattarella ha girato «discretamente» al premier, che infatti a stretto giro ha recepito il messaggio avviando un rapido dietrofront. Conte, che di tutto ha bisogno in questo momento tranne che mettersi contro il Vaticano, si è detto «rammaricato», ha scaricato la colpa sugli scienziati e ha annunciato la riapertura di «un’interlocuzione» con le gerarchie ecclesiastiche. «Nei prossimi giorni – la sua promessa – si studierà un protocollo per la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche. Il nostro non è un governo materialista».

Dietro la svolta c’è il lavoro diplomatico del Colle con i vescovi e le pressioni sul governo. «Una discreta moral suasion», così la definiscono. Primo risultato, il cambio della data della riapertura delle chiese: dal 25 maggio ipotizzato all’inizio si passerà al 18, forse anche all’otto. Ma forse non basterà per chiudere l’incidente. Sul Colle c’è «rammarico», anche perché dopo una trattativa che aveva coinvolto il capo dello Stato, la questione sembrava risolta. Ad esempio, si era concordato sul fatto che nulla impedisce lo svolgimento delle messe con un adeguato distanziamento sociale, in base alle dimensioni del luogo. Venti persone possono essere troppe in una chiesetta di paese ma si perderebbero in una basilica romana. Anche i contatti ravvicinati, il segno di pace e la comunione, potrebbero essere gestiti senza problemi, con «buonsenso» appunto.

Sembrava fatta. Invece domenica nell’ultima riunione a Palazzo Chigi i fautori della linea dura, i ministri Speranza e Boccia, mostrando proiezioni fosche in caso di un allentamento eccessivo delle misure, sono riusciti a imporre un approccio più prudente del previsto. Niente messe, nessun assembramento. E la Cei ha cominciato a cannoneggiare il governo.

E così come al solito Mattarella ci ha dovuto mettere una pezza. Lo ha fatto l’altro giorno con la chiusura della scuola fino a settembre. «L’insegnamento è un esercizio di libertà, sospenderlo rappresenta una ferita per tutti. Ma i ragazzi alla fine apprezzeranno il valore dell’istruzione». Ora, sia pur «discretamente», è risceso in campo. Il tema della libertà religiosa è di quelli sensibili e il presidente, si sa, è da sempre molto vicino al mondo cattolico. Però è lontano dall’integralismo e contrario a mischiare i due ambiti, religioso e politico-istituzionale. In più il capo dello Stato, come stile del suo mandato, cerca di non mettere mai bocca pubblicamente sulle scelte del governo, anche se stavolta le sue perplessità sono state condivise anche da ampi settori della maggioranza, da Italia Viva all’ala parlamentare del Pd, con i capogruppo Marcucci e Delrio. Dunque, «buonsenso».