Diaugusto Minzolini I grillini sono delle strane creature, ce ne sono di tutti i tipi, come nelle storie di Harry Potter. I grillini sono delle strane creature, ce ne sono di tutti i tipi, come nelle storie di Harry Potter. C'è...

Imbarazzo M5s. Verso il Conte ter

I grillini sono delle strane creature, ce ne sono di tutti i tipi, come nelle storie di Harry Potter.

I grillini sono delle strane creature, ce ne sono di tutti i tipi, come nelle storie di Harry Potter. C’è Alessandro Di Battista anti-europeista, che nelle sue simpatie mescola insieme i sapori sudamericani e l’agrodolce cinese. C’è il viceministro all’economia, Laura Castelli che, per evitare le forche caudine del Mes, si inventa su Twitter i titoli «perpetui» a tasso «zero» e «senza scadenza», come se i mercati fossero una sorta di albero della cuccagna. Ci sono, però, anche persone moderate, con la testa sulle spalle, come Luca Carabetta, golfista che si autodefinisce «democristiano» non solo nello «spirito» ma pure nella «prassi». Ebbene se dal Dibba, e dai suoi accoliti, ti aspetti un «no» pregiudiziale, «guevarista» al Mes, da Carabetta no. E, invece, anche se ammantato da dati «tecnici» e da un atteggiamento «pragmatico», anche questo dc prestato ai 5stelle è drastico nel dire che con il Mes «non si può». «Le ragioni sono molteplici – spiega – ma è evidente che per dire sì non basta accompagnarlo con un memorandum in cui si scrive che non ci sono condizionalità. Perché per essere seri bisognerebbe cambiare lo statuto del Mes, il che significa mettere d’accordo tutti e 27 i Paesi dell’Unione, impresa impossibile. Senza contare che dovremmo fare un gran casino solo per avere 34 miliardi in prestiti. Ma su! L’unica strada è che la Bce compri in misura dieci volte superiore di quanto fa oggi i titoli di stato dei Paesi membri».

Così, a ben vedere, Carabetta o, per esempio, quella specie di grillini sensibili al sovranismo come Raphael Raduzzi, Emanuela Corda o Alvise Maniero, per una sorta di richiamo della foresta, se proprio fossero costretti a scegliere, sarebbero più vicini all’idea dei titoli «patriottici», finanziati con il risparmio casalingo: idea di Giulio Tremonti rilanciata ieri dal presidente della Consob Paolo Savona, già ministro nel governo gialloverde. Sull’utilizzo del Mes, invece, andrebbero in crisi profonda. Certo potrebbero far finta di niente se la questione si fermasse al gioco degli specchi del premier, che camuffando il Mes nel mucchio del pacchetto europeo tra Bce, Bei, Sure e sull’ancora generico recovery fund, potrebbe tirare a campare. Ma qualora il governo decidesse di utilizzare quei 34 miliardi – gli unici davvero pronti all’uso (come ricordato ieri dall’Eurogruppo), visto che per quelli previsti dalle altre misure sarebbero necessari almeno due mesi – e ne chiedesse il permesso al Parlamento, allora sorgerebbero guai. Grossi. «In Parlamento – ripete da giorni il sottosegretario grillino, Gianluca Castaldi – il governo e la maggioranza inevitabilmente si spaccherebbero».

Il problema è tutto qui. Ora è sicuro che in quel caso ci sarebbero i voti di Forza Italia a supplire alle assenze grilline, ma la questione politica – se non si vuole fare come gli struzzi e mettere la testa sotto la sabbia – si porrebbe, eccome. Osserva l’azzurro Renato Brunetta: «Uno può dire ciò che vuole, ma se l’utilizzo del Mes viene approvato con i voti decisivi di Forza Italia, il premier non potrebbe che trarne le conclusioni. Il governo, nei fatti, cadrebbe da solo. Perché ci sarebbe un cambio di maggioranza». Un ragionamento che, al di là di ogni infingimento, non fa una piega. Anche perché avere una maggioranza di governo divisa su un tema così delicato, mentre il Paese si trova ad avere nei primi sei mesi un Pil a -15% e, secondo, il Def -8% su base annua è un elemento di fragilità di non poco conto. Un governo che, tra l’altro, dovrebbe far fronte, oltre al rischio di una seconda ondata dell’epidemia nei prossimi mesi (nel qual caso i miliardi per la spesa sanitaria del Mes farebbero più che comodo), anche a un aumento della disoccupazione del 25%, con le conseguenti tensioni sociali. Il primo a essere consapevole della situazione tragica è proprio il partner di maggioranza dei grillini, cioè quel Pd, sempre più nervoso, chiamato a rispondere dei limiti di questo governo: c’è un segretario, Zingaretti, che potrebbe essere inserito negli elenchi dei desaparecidos, e gruppi parlamentari in fermento. Anche perché confrontarsi con i vertici del movimento, a parte Conte che millanta successi in Europa tutti da venire, è davvero complicato. Giggino Di Maio, più che dare manforte al premier, sta alla finestra. «Io gli taglio i capelli – sono i racconti sulla quarantena della compagna Virginia Saba – e Luigi fa la pizza al pomodoro in camicia bianca». In queste condizioni ai piddini per superare l’ostacolo Mes non resta che affidarsi alla furbizia o all’ironia. «L’unica strada – ha proposto tra il serio e il faceto il capo dei senatori Marcucci – è cambiargli nome». E forse basterebbe: ieri dopo le gaffe che i deputati grillini hanno collezionato alla domanda delle Iene su cosa fosse il Mes su piazza Montecitorio, i responsabili della comunicazione del Movimento hanno chiesto ai parlamentari di scamparla usando uscite secondarie.

A preoccupare ancora di più Zingaretti e compagni, dovrebbe essere poi la ragione principale che tiene in piedi l’attuale governo, che non è tanto la sua forza o la sua debolezza, ma una certa ritrosia degli altri a prendersi la brutta gatta da pelare che è il governare una «crisi» di queste dimensioni. «Non è il momento – ha spiegato lo stesso Berlusconi a una parlamentare di Forza Italia che l’ha raggiunto al telefono – di una crisi di governo. Conte è ancora popolare, ma soprattutto il problema è governare un momento del genere. Assumersi una responsabilità di questo tipo oggi, è pericoloso». Ragionamenti che spiegano perché Renzi, Casini e altri esponenti della maggioranza, rinviino il «punto» di rottura tra giugno e settembre: tutti attendono che Conte sia logorato dai limiti dell’azione del suo governo e ne diventi il «capro espiatorio». Una strategia che rischia, però, di essere a doppio taglio: l’opinione pubblica non ama chi sbaglia, ma neppure chi si tira indietro. Ad esempio, gli industriali del Nord, sempre più insofferenti, perché dovrebbero seguire un Salvini che non mette in campo una strategia per superare l’attuale equilibrio politico? E perché dovrebbero assecondare quei settori della maggioranza «insofferenti», ma che alla fine non fanno nulla per cambiare lo stato delle cose? Ecco perché il neopresidente della Confindustria, Carlo Bonomi, parla di «classe politica smarrita». È il quadro che emerge anche dai sondaggi della maga Ghisleri: l’indice di popolarità di Conte («in discesa») raggiunge il 44,5%, cioè 20-30 punti in meno rispetto agli altri premier europei; mentre aumenta il numero di persone che in caso di elezioni non andrebbero a votare (40%). «La gente – chiosa Gianfranco Rotondi, che ama consigliare il premier – non premia chi diserta. Qui gira di tutto, anche la panzana che io sono pronto a vendere lo scudo crociato a Conte, ma se io fossi in lui aprirei in prima persona le danze per un Conte Ter se parte dei grillini non votasse il Mes: andrei al Quirinale e mi presenterei con un nuovo governo con dentro Renzi e ministri che potrebbero piacere all’opposizione, a cominciare da Tremonti».

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