Maria Sorbi Garantire posti liberi in terapia intensiva, usare i medici di base come «guardiani» contro i nuovi focolai, identificare i luoghi in cui creare nuovi letti Covid nel caso in cui scoppi nuovamente l'epidemia. Così l...

Il piano ospedali: seimila posti letto nelle rianimazioni

Garantire posti liberi in terapia intensiva, usare i medici di base come «guardiani» contro i nuovi focolai, identificare i luoghi in cui creare nuovi letti Covid nel caso in cui scoppi nuovamente l’epidemia. Così la sanità si sta organizzando per affrontare la fase due, quella della lenta ripresa. Che non sarà un momento di relax per chi finora è stato in prima linea, anzi.

Anche se i numeri dei contagi iniziano a calare, bisogna prepararsi al peggio per non farsi trovare ancora una volta impreparati. «Le strutture sanitarie devono essere pronte a far fronte a un’eventuale seconda ondata di contagi, che magari ci sarà o magari no, è presto per dirlo – spiega Antonio Clavenna, unità di Farmacoepidemiologia dell’istituto Mario Negri – Le due priorità saranno: spegnere sul nascere i focolai e curare i malati a casa, prima che si aggravino, in modo tale da limitare il ricorso alle terapie intensive». Quindi, anche se il commissario straordinario dell’emergenza Domenico Arcuri fa notare che finalmente «i ventilatori della rianimazione sono più dei pazienti ricoverati», non ci si può permettere di abbassare la guardia.

Sul fronte ospedaliero, gli anestesisti avanzano una proposta: rendere stabile il 35% (e in alcune zone anche il 50%) dei nuovi posti di terapia intensiva creati post Covid, in modo tale da garantire almeno 6mila posti per assistere i nuovi casi gravi. Un numero adeguato in questi mesi e da mantenere anche dopo l’emergenza per non avere più problemi in nessuna zona d’Italia.

Tuttavia per affrontare questo capitolo Covid, la vera chiave non è né nei reparti né nel reclutamento di medici in corsia. Ma si gioca tutta sul territorio, quindi nella fase che precede (o previene) l’ospedalizzazione. Ed ecco che entrano in campo i medici di base, finora considerati una sorta di fanteria subentrata in un secondo momento per dare rinforzo. In realtà saranno loro le vere sentinelle dei pazienti positivi.

Cruciale sarà l’intervento delle Usca, le unità speciali di continuità assistenziale messe in campo contro il coronavirus. Ne sono previste una ogni 50mila abitanti. E tutti gli 80mila medici di famiglia dovranno vigilare ogni singola situazione sospetta e avere gli strumenti per intervenire. Per questo Filippo Anelli, presidente Fnomceo, la federazione nazionale degli ordini dei medici, propone di affidare a loro le diagnosi, a prescindere dal tampone. «Solo così si possono curare per tempo i pazienti, prima che si aggravino – spiega – I medici sul territorio devono poter cominciare i trattamenti e chiamare i sindaci per chiedere la quarantena per i contatti del paziente. Tutto questo prima che si faccia il test, come misura preventiva, altrimenti non si riescono a isolare sul nascere i nuovi focolai».

Ovviamente perché tutto ciò sia possibile servono due condizioni: la disponibilità mascherine protettive – altrimenti ci ritroviamo ad affrontare gli stessi problemi della fase uno – e i magazzini dei farmaci pieni. Il problema delle scorte è stato denunciato la scorsa settimana dalla società dei farmacisti ospedalieri Sifo e in questi giorni si sta provvedendo a rimpinguare gli scaffali di anti virali, cortisonici, anti reumatodi e anti malarici usati nelle terapie anti Covid. «Teniamo presente che questi farmaci – precisa Anelli – serviranno anche per i reparti no Covid. Dopo quaranta giorni di emergenza, bisogna tornare a dedicare gli ospedali a tutti, e far ripartire la sanità ordinaria che non può più aspettare».

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